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Intuito o acufene?

19.16-19.17 del 18/11/25 – scritto in tempo reale

Non è la prima volta che capita, ma questa volta lo scrivo, così…perché si… perché i sensi non sono cinque, nemmeno sei, sono molti di più.

Due fischi, due frequenze belle sottili che tagliuzzano il mio sesto senso appena dietro (e dentro) l’orecchio sinistro; con la loro finissima sollecitazione generano in me questa domanda, a cui non devo e non posso dare risposta: “Mi stai pensando?”.

Giusto per capire… se no vado dall’otorino.

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Primo principio: salute.

Basta la salute, si: mentale.

Quante volte abbiamo sentito affermare lo (s)confortante motto: “Basta la salute!“. Purtroppo, però, questa dichiarazione pecca di una specifica importante, manca nella sua discriminante fondamentale.

La salute è, prima di tutto, mentale.

Pensateci bene… come si può apprezzare qualcosa (qualsiasi cosa) senza una mente sana, senza un pensiero che attribuisca alla “cosa”, all’ “oggetto” in questione, il giusto il valore che merita?

Tutto parte da qua. Anche in un momento di malattia a livello fisico è sempre la percezione mentale del soggetto a fare la differenza; è la sua salute mentale che ne determina la capacità di affrontare e accettare una patologia fisica e, quindi, dare il meglio possibile (prima di tutto a sé stesso), pur essendo limitato da questo deficit. Solo un cervello sano può affrontare questo stato delle cose in maniera funzionale e costruttiva.

Cerco di farla ancora più semplice: quante possibilità perdute e procrastinate stampate addosso ai nostri cari, ai colleghi e gli amici, agli estranei che incrociamo con lo sguardo in strada e, soprattutto, in noi?

Cosa ci manca? Valorizzare ciò che si possiede invece di desiderare tutto ciò che non si ha. In questa prospettiva sono molto più importanti le domande, non le risposte.

Come può una persona ansiosa, ingrata o perennemente in affanno godere di tutto ciò che la sua salute fisica gli offre?

Come può una persona anaffettiva, vittimista o egocentrica riuscire a sviluppare le potenzialità che a livello puramente biologico le vengono offerte?

Non siamo forse circondati da individui che continuano a lamentarsi di tutte le mancanze che li circondano per poi, in un assurdo paradosso, crogiolarsi nella loro inerzia, esclamando a scusante dei loro continui disagi: “Basta la salute!“.

Ecco… chi lo dice più spesso è proprio chi ne ha capito meno il senso.

Basta la salute… mentale! Per valorizzare tutto ciò che abbiamo in equilibrio tra ego e realtà; per non perdersi in un bicchier d’acqua.

La salute e la chiarezza mentale per nutrirsi della vera vita, in uno scambio reciproco tra ciò che vogliamo ricevere e ciò che sappiamo offrire; così la vita si potrà riempire di noi, noi di lei.

Oltre il semplice meccanismo di uso e abuso, agito solo per colmare (e calmare) il nostro implicito vuoto interiore, c’è qualcosa di più… fuori e dentro di te.

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Secondo principio: amore.

L’amore non risolve le patologie emotive, le amplifica.

Nell’amore non c’è la risoluzione della patologia emotiva.
Bastasse questo…ci sarebbero arrivati altri prima di noi; si sono già sacrificati in tanti, troppi.

L’amore offerto legittima chi lo riceve, accomodando e sopportando i suoi comportamenti disfunzionali.

Stiamo parlando di quei vuoti emotivi oltre le implicite difettosità umane; non esiste una normalità e una perfezione, ovvio ma… ci sono dei vuoti emotivi che, in diversi soggetti, raggiungono livelli di intensità decisamente più alti e… capita molto più spesso di quello che si possa immaginare. La persona in questione non negozia più con la realtà e con l’ambiente circostante (composto di altri individui, esseri viventi come piante e animali e oggetti); in questo caso la persona non fa altro che usare e abusare di tutto ciò che la circonda, a suo piacimento.

Nota importante: a suo piacimento. Sempre e solo secondo le “sue” regole del gioco. Questo è ciò che indica una patologia emotiva: assoluta mancanza di flessibilità e incapacità di costruire processi evolutivi distribuiti nel tempo (non cambiamenti impulsivi, spesso altrettanto velocemente abbandonati).

Chi dona non ottiene nulla, in cambio, dalla persona problematica; né una sua evoluzione graduale, né un percorso di incontro, né l’accettazione e il controllo
della propria emotività verso la rivoluzionaria consapevolezza di dipendere da processi puramente biochimici che saltano tra eccitazione e senso di panico.
Totalmente instabili, o meglio, stabilissimi nella loro altalena continua ma… non lo ammetteranno mai.
Invece chi dona ottiene, di ritorno, incoerenza, accuse e rimbalzi a specchio. Si illude e pensa che prima o poi la sua parte di verità e di realtà sarà vista, accettata ma non accadrà mai. Nell’altro non ci sono le condizioni neurologiche perché questo avvenga: la chimica cerebrale di chi vive in questi stati è più forte di qualsiasi logica o emozione non indotta dai loro processi automatici. Basta un attivatore (trigger) qualsiasi e non c’è più il controllo del rapporto tra l’inconscio e la coscienza; la realtà diventa la somma delle proiezioni e dei pregiudizi già elaborati e tutto confluisce nelle solite connessioni neurali. La loro decisione è già presa e la realtà intorno non importa, non esiste; importa ciò che viaggia nel loro cervello, a bomba.

L’amore ricevuto da un soggetto patologico non lo aiuta a cambiare, anzi… lo peggiora.
Il vero amore accetta, ascolta, a volte passa oltre la propria dignità…sbagliando. Il patologico in questa bontà trova la giustificazione per continuare ad essere come è, riceve e vince due volte: trova libertà di azione e, in più, potrà sempre accusare la persona che ha offerto il suo amore di essere “debole”, di essere passata sopra a dei propri principi di dignità (a cui tanto diceva di tenere) solo per starle vicino. Quindi, con un doppio scacco matto, far passare chi è buono per coglione, inadatto a stare in coppia.
Il patologico che riceve trasforma il donatore in ciò che gli è comodo, instante per instante, interesse dopo interesse.

Questa è la storia, le altre versioni sono favole che sperano in un lieto fine, possibile solo sulla carta stampata di un libro di racconti per bambini.

La quantità copre ma la qualità realizza. (cit. Aku invisibilecomeunraggiodiluce)

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Terzo principio: colori.

Tra il bianco e il nero non ci sono le sfumature di grigio, bensì tutti i colori del mondo.

E’ interessante riflettere sulle semplificazioni che la mente umana produce, le sue false percezioni e credenze; il nostro pensiero cerca di facilitarsi il compito.

La comprensione delle cose, invece, richiede flessibilità e accuratezza, un impegno da prendere più seriamente e svolgere in maniera precisa, con una particolare attenzione alle “sfumature”.

A tal proposito è comune sentire spesso questa affermazione, declinata in diverse versioni: “Io sono o bianco o nero, non ho mezze misure. Non mi interessa il grigio che sta in mezzo, intermedio e indefinito”.

In questa sentenza, così facile da pronunciare e così “rassicurante” nella sua assurda semplificazione, risiede tutto il nostro pressapochismo. Escludiamo le “sfumature”, appunto; diamo loro un connotato di banalità e di mancato raggiungimento dell’intensità voluta ma, come spesso accade, stiamo solo usando pezzi di realtà a nostro esclusivo vantaggio.

Il grigio non esiste come intervallo tra il bianco e il nero; non è ciò che sta tra il totale respingimento della luce (bianco) e il suo totale assorbimento (nero): esso è la somma della loro presenza contemporanea (mischiati in una percentuale ben specifica, a seconda della sua intensità). I toni e le sfumature di grigio SONO il bianco e il nero, uniti e mescolati tra loro.

Così è esattamente come facciamo noi esseri umani… mischiamo decisioni assolutiste, bianche o nere, illudendoci di evitare il grigiume; invece, adottando questo comportamento, andiamo semplicemente a sommare e mescolare tra loro questi due poli opposti, creando noi stessi proprio ciò che volevamo evitare a tutti i costi: i toni di grigio. Paradosso.

Se fossimo meno egocentrici ed egoriferiti, forse potremmo aprire la nostra testolina e, con umiltà, accettare alcune semplici verità.

Tra il bianco e il nero c’è grigio, il grigio è la loro compresenza; quello che esiste tra di loro è molto più bello, è tutto ciò che serve alla vita: COLORE!

Tra il bianco e il nero esistono tutti i colori del mondo.

Quante nuove possibilità si aprono, ai nostri occhi, davanti a questa visione. Capire e accettare che ogni scelta è sempre un compromesso… che nel rapporto con la realtà dobbiamo vibrare in consonanza con i toni che ci circondano.

Solo in questo modo potremmo nutrirci di ciò che siamo e di ciò che “è”: entrare nei colori che ci appartengono e, in essi, dipingere il quadro della nostra vita.

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Il tutto è nel vuoto.

L’essere umano non crea niente.

L’uomo trasforma la materia: dà suono al silenzio, forma allo spazio vuoto. Realizza ciò che è già esistente “in potenza”: all’interno del nulla si trova il tutto.

Ciò che noi facciamo è trasformare, visualizzare e materializzare oggetti concreti e oggetti concettuali, di pensiero.

Ad esempio il linguaggio, le lingue parlate nel mondo, sono solo alcune combinazioni tra gli infiniti linguaggi possibili da “scoprire” e poter usare, solo alcune tra le tante espressioni sonore condivise tra un gruppo di persone per poter descrivere la realtà e vivere in essa. Allo stesso modo una forma materica viene realizzata trovandola nel pieno di qualcosa da scavare, o nel vuoto di qualcosa da riempire. In tutto questo, però, la Creazione è un’altra cosa; fuori dal nostro controllo e potere.

Siamo canali, canali in cui fluisce la Forza della Creazione. Più il canale è limpido e più cose interessanti ci possono passare attraverso e, così, realizzarsi nello spazio e vivere nel tempo. Se ci si sposta da una visione egocentrica si può obbiettivamente ammettere come il nostro ruolo sia questo, non certo quello di essere i “creatori” di qualcosa, piuttosto “esploratori”, “ricercatori”, “scopritori” e “traduttori” della vita. Abbiamo la possibilità di godere del nostro viaggio, proprio andando alla ricerca dei meravigliosi tesori nascosti tra le magiche pieghe dell’esistenza, nelle infinte rappresentazioni della materia e dell’energia dell’invisibile, dando concretezza a ciò che era ancora celato ai nostri occhi.

n.d.r. lascio tre chicche, tre riferimenti di nicchia di mie illustri mentori; per chi volesse fare un giretto “dentro” qualcosa di interessante…

1 – Noam Chomsky e la sua visione sui rapporti tra suono, linguaggio e realtà.

2 – John Cage e la sua famosissima 4′ 33”

3 – René Magritte con la splendida “Ceci n’est pas une pipe” e il surrealismo della “rappresentazione” delle forme (ricordatevi che è belga, non francese).

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Esiste, oltre la vista.

Quante volte da bambini ci hanno insegnato a disegnare o, semplicemente, ci abbiamo provato da soli… per vedere se eravamo capaci di racchiudere la realtà su un foglio di carta e, magari, riuscire anche a ri-disegnarla un pò più magica e bella di quella che era.

Tra i soggetti più comuni, ricorrenti nel disegno libero, troviamo sicuramente gli alberi. Viene quasi naturale stilizzare la forma di questi maestosi giganti che, ancor più da bambini, evocano un senso di forza e stabilità attraverso i loro robusti tronchi; mentre le fronde, con le loro chiome vive e vivaci, rivolte in perenne abbraccio del cielo, ci rimandano al mondo dell’aria, delle nuvole e della libertà.

Normalmente il risultato del nostro disegno rispecchia ciò che vediamo e, soprattutto, ciò che pensiamo di sapere. Subentra (come sempre in agguato) la pericolosità dell’essere umano, abile nel suo considerare importante solo ciò che può immediatamente verificare.

I risultati sono simili a queste due immagini qua sotto ma, a mio parere, esse non corrispondono davvero al disegno di un albero.

Manca qualcosa in questi disegni.

Non si è pensato di disegnare un albero piantato per terra, in un prato o in un determinato contesto ma, semplicemente, un albero, nudo e crudo: gli manca davvero qualcosa. Manca metà dell’albero stesso.

Manca la base.

Le sue radici.

Ogni vegetale (alberi, fiori, piante…) presenta una componente nascosta alla vista umana ma essenziale alla sua esistenza; è la parte da cui ha origine la sua stessa vita.

Le radici sono vaste e diffuse quanto i tronchi e il fogliame posti alla sommità, a volte anche di più. Nel “mondo di sotto”, questa immensa rete di ramificazioni, che si sviluppa in filamenti sempre più sottili, è il vero centro di comunicazione della pianta stessa con il mondo. I vegetali si parlano tramite le loro radici, rilasciano sostanze chimiche per far capire ad altre piante di aver bisogno di determinati nutrienti o per informare lungo quale direzione sviluppare i propri terminali per arrivare a zone umide e fertili, funzionali alla loro sopravvivenza. Collaborano e competono tra di loro in un perenne scambio di sostanze e informazioni.

Ricorda un pò come trattiamo anche noi stessi, no? Come l’individuo volge il suo limitato sguardo verso il sè e gli altri: pronto a valutare, descrivere e voler capire tutto ciò che è visibile; dimenticando spesso, però, il fondamentale collegamento che il visibile ha con ciò che “vedere non si può”.

Per questo, se ne avete voglia, ogni tanto, pensate e disegnate il vostro albero così, intero… fino alle profonde radici del suo essere. Molto più bello e vero, no?

Attitudine inversa. Alla radice delle cose.

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Scusate il disturbo?

Piccola e leggera riflessione sul significato di “musica” oggi, ora.

Le “canzoni” (?) che, da un pò di tempo a questa parte, le industrie discografiche ci propinano come musica, sono davvero inquietanti nei loro significati, messaggi e strutture offerti agli ascoltatori.

Oggi le tematiche sono inesistenti, si cavalca un impulso adolescenziale, senza alcuna continuità narrativa o elementi tecnici di rilievo. Queste canzonette raccontano semplicemente di istanti, frammenti di emozioni impossibili.
Illusioni: cotte & mangiate, digerite ed espulse; fast food di note e armonie, qualità inesistente.
Sono scritte, composte e prodotte per un pubblico sempre più giovane, ai limiti dell’infanzia. Una scelta scientifica, studiata a tavolino.

Le melodie e le parole della canzoni da sempre raccontano le stesse dinamiche: amori incredibilmente fantastici, unici, ai limiti del Divino e, all’altro lato, delusioni e sofferenze indicibili per l’affetto perduto, così tanto dolore da strapparsi il cuore, niente ha più valore. Entrambe le visioni sono ovviamente estremizzate ma, prima, erano emozioni inserite in una storia, una narrazione di un percorso di vita; era presente un minimo di consapevolezza esistenziale. In più esistevano gruppi musicali impegnati, di denuncia sociale o semplice story-telling della società, dei suoi usi e costumi, nei suoi aspetti più vari. Ora no.

Ora sono impulsi privi di qualsiasi qualità ritmica, melodica o semantica; la stessa canzone è una struttura effimera, un istante di illusione irreale.
Questo è ciò che ora chiamano “musica”, ormai incapaci di un vero ascolto discriminante. I brani durano massimo tre minuti ed è un continuo sbalzo di emozioni e sentimenti, le luci e gli effetti scenici aiutano a inibire l’ascolto consapevole e tutto si trasforma in una apparizione onirica e decontestualizzata.
L’immagine iconica del o della “cantante” si è trasformata in una figura di puro intrattenimento.
All’altro anello della catena si trova il motivo di tutto ciò.

Chi intrattengono davvero queste nuove musichette?
I tredicenni e le undicenni con, ovviamente, genitori al seguito. Mamme e papà contenti di vedere i loro piccoli adulti del futuro cantare le strofe di Sesso e Samba, sbraitare con esplosioni e deliri di onnipotenza o annichilimento assoluto seguendo le vibrazioni dell’auto-tune di Rocco Hunt o la struggente voce di Annalisa.
I nuovi artisti (?), salvo sempre più rare eccezioni, si presentano alla scena musicale con un repertorio che, fondamentalmente, si rivolgere a fasce di età sempre più basse e parla con loro di tematiche da eterni diciottenni, irreali per quella fascia d’età. L’obbiettivo è sperare di portarsi dietro alcuni “piccoli fans”, appunto, per almeno cinque anni, finché, visto il tipo di crescita esponenziale e senza consapevolezza, ormai diciassettenni, questi stessi ragazzini abbandoneranno i loro primi falsi idoli per rivolgersi, con lo stesso PREMATURO atteggiamento, al mondo dei trentenni. Ne copieranno i vizi e le peggiori perversioni.

I cantanti più fortunati si porteranno dietro un piccolo pubblico che crescerà con loro, fino forse ai venticinque, trent’anni e, poi, con lavoro, casa, famiglia, figli e debiti…tanti saluti. Oppure riusciranno ad entrare nell’olimpo degli eterni, come il Gianni nazionale e l’Orietta Berti, ce li ritroveremo a novant’anni con impianti cibernetici per stabilizzare le perdite urinarie sul palco e avere una deambulazione ancora decente. Già lo vedo… un 2087 dove Gabry Ponte ci suona ancora, con il suo famosissimo playabck, W L’ItaGlia. Ottimo! E noi? Messi peggio di prima.

Bignamizzo: i cantanti e i musicisti erano famosi, e lo sono sempre stati, per un pubblico adulto, dai 20 in su. Un pubblico capace, un minimo, di scegliere; non di seguire ciecamente rassicurazioni artefatte, indotte e studiate a regola d’arte per catturare il desiderio dell’assoluto, del tutto… del nulla. Come dico spesso ma mai troppo: illusioni. Ora i cantanti più famosi, più ricchi e commercialmente spendibili sono quelli che catturano le voglie dei PRE adolescenti. Sbaglio?

Poi si chiede a questi stessi ragazzi di essere educati, rispettosi del loro corpo, del corpo altrui (trattato come merce nelle canzoni, imparate a memoria e che attivano le parti più piacevoli e intense del loro cervello ancora in evoluzione) e dei pensieri. Devono essere capaci di impegnarsi nei doveri con passione, perseveranza, pazienza e tenacia e, intanto, li si nutre a Sesso e Samba. Stimoli convulsi di un atteggiamento opposto a quello che si desidera cresca in loro. Ottimo, perfetto, ci sta, coerente.

O no?

La musica, un tempo veicolo di storie, realtà e sogni, ora è puramente un mezzo di rincoglionimento di massa. Questo tipo di suoni non sviluppa alcuna potenzialità, anzi, atrofizza selettivamente capacità e qualità molto più raffinate ed eleganti che l’essere umano possiede. Ora vince la “leggerezza” che, veloce come arriva, veloce se ne va. Niente ha più senso, in quanto privato di una continuità che lo inserisca in un processo di consapevolezza e, qui, la musica che ci buttano addosso ha un ruolo fondamentale: nei momenti che dovrebbero essere di serenità e crescita personale siamo indotti, semplicemente, a corrispondere come automi a impulsi improvvisi, estremizzati e disconnessi dal contesto.

La musica di oggi è come un selfie sullo smartphone: entrambi falsi.

Una menzione particolare ai Coma Cose che sono riusciti a banalizzare anche la parola “cuore”. La loro canzone è un perfetto esempio di trentenni che, pur di non tornare a lavorare dopo aver azzeccato qualcosa di buono, si ritrova senza più idee se non l’immagine di una coppietta alternativa che si ama cantando (sarà vero?) e, quindi, con magistrale intuito, si S-vende con una velocità e disinvoltura assoluta a un pubblico da “Ballo del Qua Qua”. Dopo questa canzone, la percezione della parola “cuore” diventa davvero di un piattume e di una ripetitività stancante. Avete fatto un capolavoro! Penso che, peggio, non ci sarebbe riuscito nessuno o, forse, Malgioglio…chissà.

DISTURBO. Questo siete.

Bene, ora vi lascio in compagnia di questi stup…endi personaggi mentre, io, serenamente, mi appropinquo a un ascolto pingue e pantagruelico per le mie orecchie. Scusate il “disturbo”….?

Io no.

Aku invisibilecomeunraggiodiluce

Concludo con tre grandissimi geni del suono e del potere delle parole:

Ah… probabilmente Rino G., il terzo genio qua sotto, è stato…diciamo così…”facilitato verso il passaggio all’altro mondo”…da qualcuno che se l’era presa per essere perculato in questa canzonetta. Eppure è così leggera, no? Erano tempi difficili, molto difficili; saltavano in aria anche i commissari di polizia e le stazioni.

Ne saluto due, di Rino. Ora probabilmente staranno cantando insieme. In pace, almeno lì.

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Indo&Vinello.

Un indovinello indipendente (indo) e carino, come il sorso di un buon vino (vinello).

Attitudine inversa – un libro, mille avventure, suoni e colori di vita.

…intanto ne approfitto per ringraziare altri nuovi lettori e lettrici che hanno creduto in me.

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Frequency overdose.

Anche noi abbiamo un’antenna; noi “siamo” un’antenna. Emettitori e ricevitori multisensoriali ma, purtroppo, il nostro senso più importante, il “Senso di noi”, è sepolto molto in profondità, troppo.

Alcuni lo chiamano sesto senso, altri intuito, quasi tutti la chiamano “coscienza”. Si manifesta in precisi attimi, specifici momenti della nostra esistenza in cui percepiamo il nostro sé come dentro una scatola (il corpo), circondato da strutture invisibili (i pensieri) che, come recinti insuperabili, gli impediscono di uscire davvero, di essere libero nel mondo.

Il nostro “senso di essere”, su cui basiamo la responsabilità di darci, appunto, un motivo per vivere un altro giorno ancora, è troppo sottovalutato. Mente e corpo prendono facile possesso di ogni esistenza, se non si capisce lo schema.

Non è forse verso che i principali obbiettivi delle persone sono legati alla soddisfazione dei loro piaceri mentali o fisici? A volte ci illudiamo di essere “la Mente”, facendo sì che la visione della nostra vita e le nostre emozioni vengano realizzate attraverso le capacità razionali, di pensiero e di calcolo; ogni cosa ha un valore, è un gioco di pesi e contrappesi su un’eterna bilancia di valutazione, mai in pari. Altre volte ci chiudiamo nel “Corpo” e vogliamo essere ciò che appare, essere solo ciò che si vede di noi da fuori, dall’esterno; così possiamo gestire la nostra identità come fosse un oggetto da abbellire con i migliori orpelli che ci possiamo permettere e, ottenendo accettazione dagli altri, raggiungiamo il nostro obbiettivo.

A volte siamo schiavi di entrambe le due entità e pensiamo, erroneamente, di essere anche migliori degli altri: mente sana in corpo sano, giusto?

In parte.

Mente sana e corpo sano, certo ma… su quale modello di riferimento?

L’unica cosa su cui ci si può affidare davvero diventa sempre e solo una: la coscienza, il sé. O ci si affida ad altri (ma su quali basi gli “altri” sono effettivamente dotati di qualità migliori delle nostre?) o rimane solo una cosa: l’Anima.

Lo schema di vita, l’unico schema di vita possibile è questo: Anima; al top, in alto, cui seguono mente e corpo, come i vertici della base su cui la nostra Coscienza dovrebbe (deve) contare. Il Picco si manifesta solo attraverso una solida base, altrimenti la costruzione crolla e implode.

Lascio qua un piccolo consiglio se qualcuno avesse voglia di cercare la propria Coscienza, la propria Anima.

Sapete dov’è?

Non si trova tanto lontano… è dentro una piccola ghianda!!!

Una ghiandolina ghiandolosamente ghiandolosa che sta nella nostra testolina matta, ben protetta, al centro di tutto. La connessione tra cervello e spina dorsale; è il nucleo attorno al quale l’esistenza si sviluppa nella sua complessità. Questa ghianda, “la ghiandola” per eccellenza, stimola la ramificazione neuronale e dal suo nucleo si genera ogni altra parte di noi. Pineal Gland: l’unione tra mente e corpo. Ciò che è prima di essi, ciò che è oltre la loro semplice sommatoria; ciò a cui essi dovrebbero sottostare, inchinandosi alla sua prioritaria esistenza.

Ecco qua un breve recap:

https://www.youtube.com/watch?v=tu9azy9Mh_c

Immagini delle formazioni cristalline che ricoprono la superficie della ghiandola pineale:

Abbiamo inondato il mondo di frequenze artificiali, di informazioni ininterrotte e stimoli inarrestabili, infiniti, che corrodono le carni e i pensieri.
E’ ciò che vogliono… confusione continua e perenne incertezza.

Sto solo, proprio per questo. Cerco di fare le mie cose, che sono sensate, che sono sensibili. Delicatissime, ma non deboli; piene di curiosità, voglia di condividere e unicità.

Spero di incontrare un giorno una persona che mi Ami per questo e, necessariamente, che io senta per lei lo stesso senso di protezione e coinvolgimento che ho sentito solo una volta durante la mia vita. Deve vedermi davvero per quello che sono, che non si spaventi di tutta la piacevolissima libertà che porto con me; io la vorrei offrire e condividere e, quindi, “con-vivere” ma… in questa confusione di stimoli insensati, alla fine risulto non idoneo e controcorrente.

Non “cerco” niente, non devo “trovare” niente, non è una caccia al tesoro.

Piuttosto, come antenna, rimango in attesa di una sintonizzazione di frequenze.
Ora mi metto a fare ciò che avevo in mente e, una volta visualizzato il modo, non resta che camminare lungo il percorso.
Andrà come deve andare.

Ho deciso una cosa…
ora userò il blog per qualche canzone. Ogni tanto ne scriverò una e, se ti piace… mettila tu in musica; o trova una persona che abbia piacere a farlo.
Le appoggio qua e, se a qualcuno interessano (ne prenda una o cinque), sono sue.

Metterò l’Anima e la ghiandola pineale in ogni canzone che scriverò, promesso! 😉

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20/40/60

Breve storia… felice o triste dipende da ciò che si sceglie; dipende da noi.

20: a vent’anni pensiamo a vivere le nostre esperienze, liberi di costruirci come persone, sapendo che tanti altri treni passeranno dalla nostra stazione. Lo intuiamo, lo percepiamo quasi in maniera “biologica”, le nostre stesse cellule e la nostra forza vitale spingono per avere tutto ciò che possiamo. Così arriviamo, intorno ai trent’anni, a credere che costruiremo quel “qualcosa” che ci porterà avanti nella vita adulta, che durerà, forse, per sempre, se riusciremo a impegnarci a dovere. Ci illudiamo che troveremo il nostro posto nel mondo, che riusciremo ad avere una persona speciale a fianco, qualcuno che ci vede davvero e che, in questa unione, costruiremo una famiglia. Una famiglia diversa, dove tutto andrà bene; ci crediamo unici e che la nostra originalità potrà essere capita, che servirà per affrontare e risolvere i problemi, come gli altri non sono ancora riusciti a fare.

Poi, un giorno, si aprono gli occhi e ci si accorge che tutto è stato fatto: la casa è stata presa, il lavoro c’è, i figli sono nati. Si è raggiunto tutto quello che serviva per rendere concreta questa realtà però…

…però man mano che passa il tempo, ci si accorge che manca qualcosa. E’ un qualcosa d’invisibile, impalpabile ma, allo stesso tempo, fondamentale; seppur sia difficile da focalizzare nella sua essenza. Dentro sé stessi si cercano rassicurazioni e ci si risponde, da soli, che quella cosa, quel “qualcosa” confuso e indefinito che ora manca, arriverà. Così, prima, ci concentriamo sulla concretezza, realizzare e costruire ciò che possiamo vedere e toccare e, per certi versi, è anche giusto.

Si cerca di non calcolare niente e calcolare tutto allo stesso tempo ma, purtroppo, quell’essenza mancante, quell’eterna assenza, inizia a pesare nella sua latitanza. Aria pesante, che lascia senza respiro. Manca quella combinazione di elementi invisibili che possa rendere l’aria davvero respirabile: la mancanza di gratificazione, di flessibilità e sensibilità empatica rende tutto pesante, soffocante.

Queste sono le sostanze assenti nella ricetta della relazione… quindi il piatto non riesce. Senza l’equilibro di una piccolissima dose di queste spezie, dal gusto fortissimo, non si raggiunge l’armonia degli amari sapori che offre la vita; diventa tutto immangiabile.

Non possono essere cercati successivamente, questi fondamentali aromi devono essere il “segreto” della ricetta, non aggiunti in seguito per provare a rimediare al pasticcio.

Dentro queste “delicatezze” risiede una grandissima forza, la forza di tenere davvero INSIEME tutto ciò che si costruisce. L’energia che lega l’elettrone al nucleo è la stessa che è capace di legare due persone per la vita. 

E’ l’unica soluzione per creare qualcosa che duri davvero, capace di superare anche i momenti di allontanamento, di incomprensione, di stanchezza e di diversità dei bioritmi energetici. Senza questa energia fragile e potentissima, ciò che si costruisce non avrà nessun legante. Tutto svanisce, si frammenta in mille pezzi.

Si arriva così ai 40. 

La vasta moltitudine di persone e oggetti ora presenti nella nostra vita (fisica e mentale) si trasforma in una distesa desertica, zolle secche e distaccate una dall’altra, un terreno crepato senza più connessione. Il mancato nutrimento ha reso il suolo inospitale e ha inaridito ciò che avevamo piantato. A questo punto prendiamo una decisione: facciamo da soli.

Iniziamo a fare davvero tutto da soli, per necessità, per istinto di sopravvivenza. Ciò che ci circonda ha bisogno di attenzione, seppur non se ne riceve altrettanta in cambio; per mantenere quel poco che abbiamo dobbiamo, comunque, continuare a offrire, sudare e soffrire, senza ritorno.

Poi, dentro questo deprimente realismo, proviamo a metterci di nuovo in gioco, cercando di trovare una compagnia e un supporto, per condividere con più consapevolezza questa difficile dimensione in cui si è precipitati. Una persona che, finalmente, possa vederci per quello che siamo, incluso il fallimento delle nostre prime illusioni. Si riprova, ci si impegna per “sentirsi” più maturi, più grandi. Spesso si sceglie un partener modificando i propri parametri, rinunciando ad aspetti che riteniamo più effimeri per selezionare chi presenta delle caratteristiche, in apparenza, più solide e adulte.

Finché la vita, quella vera, non bussa di nuovo alla porta.

Allora ci si accorge, proprio in quel momento, che anche a quaranta non tutto è così “maturo”, pronto e perfetto come ci si illudeva che sarebbe stato. Ci si accorge che il proprio bambino interiore e, allo stesso modo, quello del proprio partner, non è poi così cresciuto. Si realizza che aver forzato uno sviluppo e una maturità interiore solo per accondiscendere a certi schemi preconfezionati… non funziona, di nuovo. Non funziona proprio, anzi, portarsi su un piano più adulto, elevato, senza esserne veramente preparati provoca ancor più danni, più dolore, a sé stessi e agli altri.

Si inizia a perdere davvero fiducia.

Non si perde solo fiducia negli altri ma, ancor più grave, in sé stessi. Ci diciamo che se non siamo riusciti a combinare qualcosa di decente con l’entusiasmo dei venti, con la forza dei trenta e, poi, con la maturità dei quaranta… allora di certo, dopo, non sapremo fare di meglio. Crediamo che le occasioni buone siano già passate e noi stessi, forse, non ci sentiamo più “buoni”… giovinezza e forza stanno svanendo e una parte della nostra identità capisce che non torneranno più, mai più. Il cervello gioca su questo scorrere biologico del tempo costruendo una grafico delle proprie capacità, mettendoci paura e pressione riguardo l’onnipotente flusso che, pian piano, cancella ogni cosa esistente.

Si apre uno squarcio ancor più doloroso e confusivo: dopo la caduta delle illusioni ora vacilla anche la poca sicurezza di riuscire, almeno, a realizzare qualcosa di decente. Riusciremo ad avere quel poco che ci soddisfa e gratifica? Questa domanda prende sempre più spazio nel nostro intimo e, intanto, il tempo passa.

Così arrivano anche i cinquanta e, invece che trovarsi al punto di prima, scopriamo che ci hanno addirittura spostato la linea di partenza! Ora si (ri)parte da più indietro, da un punto ancor più lontano da ciò che volevamo raggiungere. Facendosi caso si nota come, ora, il centro delle cose si sia spostato sempre più verso l’interno del sé; sono sempre meno gli investimenti di fiducia, apertura e curiosità verso il mondo esterno.

Le esperienze passate hanno creato una cappa, una bolla, una pellicola che ci isola dalla percezione neutra di ciò che ci circonda; ogni cosa è filtrata da ciò che abbiamo già vissuto e le delusioni provate in precedenza ci implorano di stare attenti, di non correre il rischio di finire di nuovo come prima. Diventa molto facile cadere nella “profezia che si auto-avvera”: far sì che i nostri pregiudizi guidino ciò che accade e permettano alla paura (di soffrire ancora, di non essere visti) di difendersi, con ogni mezzo possibile, dalle nuove difficoltà. In un attimo anche questa speranza di rinascita viene soffiata via dalla paura di vivere il proprio tempo; esso passa, scorre, mentre noi ci muoviamo sempre più al rallentatore, gravati dai fardelli del nostro passato che rendono sempre più faticoso e pesante il nostro passo.

60: eccoci. La questione sta qua.

Come ci arriviamo, come siamo o saremo messi, quando giungerà questo momento?

E’ nostro compito credere. Nessuno avrà speranza e fiducia al nostro posto, riuscendo a placare le paure esistenziali più intime e ormai in pieno controllo del nostro “io”; nessuno.

Si può rinascere, si può continuare a nascere e rinnovarsi. Evolvere e crescere in eterno è possibile ma… serve costruire un’identità che si apra a ciò che non si conosce, a ciò che fa paura. Lì dentro troveremo noi stessi e la persona che ci vede davvero.

Potrebbero essere i vent’anni migliori della nostra vita ma solo se vorremmo fare in modo che lo siano, altrimenti rimarremo per sempre… nomadi del deserto. 

Alla fine, negli esseri umani, vincono sempre le paure.

Avete il coraggio di credere in finale diverso?

Aku – invisibilecomeunraggiodiluce