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Indo&Vinello.

Un indovinello indipendente (indo) e carino, come il sorso di un buon vino (vinello).

Attitudine inversa – un libro, mille avventure, suoni e colori di vita.

…intanto ne approfitto per ringraziare altri nuovi lettori e lettrici che hanno creduto in me.

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Questo non è un fiore.

Si tenta di trovare la realtà negli oggetti, riducendo ad una pura illusione la voce dell’anima. Proviamo un’ attitudine inversa.

Visti i risultati, forse, sarebbe meglio provare qualcosa di diverso: imparare a vedere la sostanza dell’anima come struttura fondante della realtà, per tenere in conto, solo in seguito, dell’illusione della materia.

Non viviamo forse per ciò che “pensiamo” dentro di noi? 

Siamo intossicati e dipendenti dal bisogno di attaccare i nostri desideri alla fisicità, vederli e toccarli con mano…possederli. Proiezioni e Possesso.

Ma allora, tutta questa realtà nella materia, dov’è? È solo la proiezione di un desiderio.

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Frequency overdose.

Anche noi abbiamo un’antenna; noi “siamo” un’antenna. Emettitori e ricevitori multisensoriali ma, purtroppo, il nostro senso più importante, il “Senso di noi”, è sepolto molto in profondità, troppo.

Alcuni lo chiamano sesto senso, altri intuito, quasi tutti la chiamano “coscienza”. Si manifesta in precisi attimi, specifici momenti della nostra esistenza in cui percepiamo il nostro sé come dentro una scatola (il corpo), circondato da strutture invisibili (i pensieri) che, come recinti insuperabili, gli impediscono di uscire davvero, di essere libero nel mondo.

Il nostro “senso di essere”, su cui basiamo la responsabilità di darci, appunto, un motivo per vivere un altro giorno ancora, è troppo sottovalutato. Mente e corpo prendono facile possesso di ogni esistenza, se non si capisce lo schema.

Non è forse verso che i principali obbiettivi delle persone sono legati alla soddisfazione dei loro piaceri mentali o fisici? A volte ci illudiamo di essere “la Mente”, facendo sì che la visione della nostra vita e le nostre emozioni vengano realizzate attraverso le capacità razionali, di pensiero e di calcolo; ogni cosa ha un valore, è un gioco di pesi e contrappesi su un’eterna bilancia di valutazione, mai in pari. Altre volte ci chiudiamo nel “Corpo” e vogliamo essere ciò che appare, essere solo ciò che si vede di noi da fuori, dall’esterno; così possiamo gestire la nostra identità come fosse un oggetto da abbellire con i migliori orpelli che ci possiamo permettere e, ottenendo accettazione dagli altri, raggiungiamo il nostro obbiettivo.

A volte siamo schiavi di entrambe le due entità e pensiamo, erroneamente, di essere anche migliori degli altri: mente sana in corpo sano, giusto?

In parte.

Mente sana e corpo sano, certo ma… su quale modello di riferimento?

L’unica cosa su cui ci si può affidare davvero diventa sempre e solo una: la coscienza, il sé. O ci si affida ad altri (ma su quali basi gli “altri” sono effettivamente dotati di qualità migliori delle nostre?) o rimane solo una cosa: l’Anima.

Lo schema di vita, l’unico schema di vita possibile è questo: Anima; al top, in alto, cui seguono mente e corpo, come i vertici della base su cui la nostra Coscienza dovrebbe (deve) contare. Il Picco si manifesta solo attraverso una solida base, altrimenti la costruzione crolla e implode.

Lascio qua un piccolo consiglio se qualcuno avesse voglia di cercare la propria Coscienza, la propria Anima.

Sapete dov’è?

Non si trova tanto lontano… è dentro una piccola ghianda!!!

Una ghiandolina ghiandolosamente ghiandolosa che sta nella nostra testolina matta, ben protetta, al centro di tutto. La connessione tra cervello e spina dorsale; è il nucleo attorno al quale l’esistenza si sviluppa nella sua complessità. Questa ghianda, “la ghiandola” per eccellenza, stimola la ramificazione neuronale e dal suo nucleo si genera ogni altra parte di noi. Pineal Gland: l’unione tra mente e corpo. Ciò che è prima di essi, ciò che è oltre la loro semplice sommatoria; ciò a cui essi dovrebbero sottostare, inchinandosi alla sua prioritaria esistenza.

Ecco qua un breve recap:

https://www.youtube.com/watch?v=tu9azy9Mh_c

Immagini delle formazioni cristalline che ricoprono la superficie della ghiandola pineale:

Abbiamo inondato il mondo di frequenze artificiali, di informazioni ininterrotte e stimoli inarrestabili, infiniti, che corrodono le carni e i pensieri.
E’ ciò che vogliono… confusione continua e perenne incertezza.

Sto solo, proprio per questo. Cerco di fare le mie cose, che sono sensate, che sono sensibili. Delicatissime, ma non deboli; piene di curiosità, voglia di condividere e unicità.

Spero di incontrare un giorno una persona che mi Ami per questo e, necessariamente, che io senta per lei lo stesso senso di protezione e coinvolgimento che ho sentito solo una volta durante la mia vita. Deve vedermi davvero per quello che sono, che non si spaventi di tutta la piacevolissima libertà che porto con me; io la vorrei offrire e condividere e, quindi, “con-vivere” ma… in questa confusione di stimoli insensati, alla fine risulto non idoneo e controcorrente.

Non “cerco” niente, non devo “trovare” niente, non è una caccia al tesoro.

Piuttosto, come antenna, rimango in attesa di una sintonizzazione di frequenze.
Ora mi metto a fare ciò che avevo in mente e, una volta visualizzato il modo, non resta che camminare lungo il percorso.
Andrà come deve andare.

Ho deciso una cosa…
ora userò il blog per qualche canzone. Ogni tanto ne scriverò una e, se ti piace… mettila tu in musica; o trova una persona che abbia piacere a farlo.
Le appoggio qua e, se a qualcuno interessano (ne prenda una o cinque), sono sue.

Metterò l’Anima e la ghiandola pineale in ogni canzone che scriverò, promesso! 😉

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20/40/60

Breve storia… felice o triste dipende da ciò che si sceglie; dipende da noi.

20: a vent’anni pensiamo a vivere le nostre esperienze, liberi di costruirci come persone, sapendo che tanti altri treni passeranno dalla nostra stazione. Lo intuiamo, lo percepiamo quasi in maniera “biologica”, le nostre stesse cellule e la nostra forza vitale spingono per avere tutto ciò che possiamo. Così arriviamo, intorno ai trent’anni, a credere che costruiremo quel “qualcosa” che ci porterà avanti nella vita adulta, che durerà, forse, per sempre, se riusciremo a impegnarci a dovere. Ci illudiamo che troveremo il nostro posto nel mondo, che riusciremo ad avere una persona speciale a fianco, qualcuno che ci vede davvero e che, in questa unione, costruiremo una famiglia. Una famiglia diversa, dove tutto andrà bene; ci crediamo unici e che la nostra originalità potrà essere capita, che servirà per affrontare e risolvere i problemi, come gli altri non sono ancora riusciti a fare.

Poi, un giorno, si aprono gli occhi e ci si accorge che tutto è stato fatto: la casa è stata presa, il lavoro c’è, i figli sono nati. Si è raggiunto tutto quello che serviva per rendere concreta questa realtà però…

…però man mano che passa il tempo, ci si accorge che manca qualcosa. E’ un qualcosa d’invisibile, impalpabile ma, allo stesso tempo, fondamentale; seppur sia difficile da focalizzare nella sua essenza. Dentro sé stessi si cercano rassicurazioni e ci si risponde, da soli, che quella cosa, quel “qualcosa” confuso e indefinito che ora manca, arriverà. Così, prima, ci concentriamo sulla concretezza, realizzare e costruire ciò che possiamo vedere e toccare e, per certi versi, è anche giusto.

Si cerca di non calcolare niente e calcolare tutto allo stesso tempo ma, purtroppo, quell’essenza mancante, quell’eterna assenza, inizia a pesare nella sua latitanza. Aria pesante, che lascia senza respiro. Manca quella combinazione di elementi invisibili che possa rendere l’aria davvero respirabile: la mancanza di gratificazione, di flessibilità e sensibilità empatica rende tutto pesante, soffocante.

Queste sono le sostanze assenti nella ricetta della relazione… quindi il piatto non riesce. Senza l’equilibro di una piccolissima dose di queste spezie, dal gusto fortissimo, non si raggiunge l’armonia degli amari sapori che offre la vita; diventa tutto immangiabile.

Non possono essere cercati successivamente, questi fondamentali aromi devono essere il “segreto” della ricetta, non aggiunti in seguito per provare a rimediare al pasticcio.

Dentro queste “delicatezze” risiede una grandissima forza, la forza di tenere davvero INSIEME tutto ciò che si costruisce. L’energia che lega l’elettrone al nucleo è la stessa che è capace di legare due persone per la vita. 

E’ l’unica soluzione per creare qualcosa che duri davvero, capace di superare anche i momenti di allontanamento, di incomprensione, di stanchezza e di diversità dei bioritmi energetici. Senza questa energia fragile e potentissima, ciò che si costruisce non avrà nessun legante. Tutto svanisce, si frammenta in mille pezzi.

Si arriva così ai 40. 

La vasta moltitudine di persone e oggetti ora presenti nella nostra vita (fisica e mentale) si trasforma in una distesa desertica, zolle secche e distaccate una dall’altra, un terreno crepato senza più connessione. Il mancato nutrimento ha reso il suolo inospitale e ha inaridito ciò che avevamo piantato. A questo punto prendiamo una decisione: facciamo da soli.

Iniziamo a fare davvero tutto da soli, per necessità, per istinto di sopravvivenza. Ciò che ci circonda ha bisogno di attenzione, seppur non se ne riceve altrettanta in cambio; per mantenere quel poco che abbiamo dobbiamo, comunque, continuare a offrire, sudare e soffrire, senza ritorno.

Poi, dentro questo deprimente realismo, proviamo a metterci di nuovo in gioco, cercando di trovare una compagnia e un supporto, per condividere con più consapevolezza questa difficile dimensione in cui si è precipitati. Una persona che, finalmente, possa vederci per quello che siamo, incluso il fallimento delle nostre prime illusioni. Si riprova, ci si impegna per “sentirsi” più maturi, più grandi. Spesso si sceglie un partener modificando i propri parametri, rinunciando ad aspetti che riteniamo più effimeri per selezionare chi presenta delle caratteristiche, in apparenza, più solide e adulte.

Finché la vita, quella vera, non bussa di nuovo alla porta.

Allora ci si accorge, proprio in quel momento, che anche a quaranta non tutto è così “maturo”, pronto e perfetto come ci si illudeva che sarebbe stato. Ci si accorge che il proprio bambino interiore e, allo stesso modo, quello del proprio partner, non è poi così cresciuto. Si realizza che aver forzato uno sviluppo e una maturità interiore solo per accondiscendere a certi schemi preconfezionati… non funziona, di nuovo. Non funziona proprio, anzi, portarsi su un piano più adulto, elevato, senza esserne veramente preparati provoca ancor più danni, più dolore, a sé stessi e agli altri.

Si inizia a perdere davvero fiducia.

Non si perde solo fiducia negli altri ma, ancor più grave, in sé stessi. Ci diciamo che se non siamo riusciti a combinare qualcosa di decente con l’entusiasmo dei venti, con la forza dei trenta e, poi, con la maturità dei quaranta… allora di certo, dopo, non sapremo fare di meglio. Crediamo che le occasioni buone siano già passate e noi stessi, forse, non ci sentiamo più “buoni”… giovinezza e forza stanno svanendo e una parte della nostra identità capisce che non torneranno più, mai più. Il cervello gioca su questo scorrere biologico del tempo costruendo una grafico delle proprie capacità, mettendoci paura e pressione riguardo l’onnipotente flusso che, pian piano, cancella ogni cosa esistente.

Si apre uno squarcio ancor più doloroso e confusivo: dopo la caduta delle illusioni ora vacilla anche la poca sicurezza di riuscire, almeno, a realizzare qualcosa di decente. Riusciremo ad avere quel poco che ci soddisfa e gratifica? Questa domanda prende sempre più spazio nel nostro intimo e, intanto, il tempo passa.

Così arrivano anche i cinquanta e, invece che trovarsi al punto di prima, scopriamo che ci hanno addirittura spostato la linea di partenza! Ora si (ri)parte da più indietro, da un punto ancor più lontano da ciò che volevamo raggiungere. Facendosi caso si nota come, ora, il centro delle cose si sia spostato sempre più verso l’interno del sé; sono sempre meno gli investimenti di fiducia, apertura e curiosità verso il mondo esterno.

Le esperienze passate hanno creato una cappa, una bolla, una pellicola che ci isola dalla percezione neutra di ciò che ci circonda; ogni cosa è filtrata da ciò che abbiamo già vissuto e le delusioni provate in precedenza ci implorano di stare attenti, di non correre il rischio di finire di nuovo come prima. Diventa molto facile cadere nella “profezia che si auto-avvera”: far sì che i nostri pregiudizi guidino ciò che accade e permettano alla paura (di soffrire ancora, di non essere visti) di difendersi, con ogni mezzo possibile, dalle nuove difficoltà. In un attimo anche questa speranza di rinascita viene soffiata via dalla paura di vivere il proprio tempo; esso passa, scorre, mentre noi ci muoviamo sempre più al rallentatore, gravati dai fardelli del nostro passato che rendono sempre più faticoso e pesante il nostro passo.

60: eccoci. La questione sta qua.

Come ci arriviamo, come siamo o saremo messi, quando giungerà questo momento?

E’ nostro compito credere. Nessuno avrà speranza e fiducia al nostro posto, riuscendo a placare le paure esistenziali più intime e ormai in pieno controllo del nostro “io”; nessuno.

Si può rinascere, si può continuare a nascere e rinnovarsi. Evolvere e crescere in eterno è possibile ma… serve costruire un’identità che si apra a ciò che non si conosce, a ciò che fa paura. Lì dentro troveremo noi stessi e la persona che ci vede davvero.

Potrebbero essere i vent’anni migliori della nostra vita ma solo se vorremmo fare in modo che lo siano, altrimenti rimarremo per sempre… nomadi del deserto. 

Alla fine, negli esseri umani, vincono sempre le paure.

Avete il coraggio di credere in finale diverso?

Aku – invisibilecomeunraggiodiluce

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Holidays Tips: in vacanza.

In vista delle tanto desiderate vacanze estive pongo una domanda cruciale: volete essere invitati più spesso alle case al mare dei vostri amici, alle feste che contano e, sicuramente, risultare più simpatici a prescindere?

Allora dovete andare a trovarli con un omaggio di classe, gusto e incommensurabile stile che faccia dire loro: “Che piacere vederti!”.

Regalate un libro.

Offritegli qualcosa che duri nel tempo, che possa occupare la loro mente per un pò di giorni, qualcosa che possa essere utile a comando, quando vogliono loro.

State regalando loro nuovi spazi e dimensioni, nuove persone, luoghi ed emozioni… tutto in uno. State regalando un pezzo di mondo. Offrite avventure, curiosità e conoscenza a chi volete bene; ve ne sarà grato.

Regalate qualcosa di diverso, di nuovo, di unico: Attitudine inversa Amazon Store Mondadori Store Santelli Editore Store Libreria Universitaria Store Libraccio Store IBS Store

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Vivere punti di vista.

Con gli occhi proiettiamo la nostra identità all’esterno.


Aggrappiamo la percezione delle nostre emozioni, della nostra profonda identità alle “immagini di risposta” che riceviamo da fuori, dal mondo che ci risponde. La parte visiva della realtà ha preso il sopravvento sugli altri sensi; ciò che vediamo influenza, a cascata, ciò che ascoltiamo, odoriamo, tocchiamo, pensiamo…
I nostri occhi, trasportati dalle meraviglie del mondo, guidano illusoriamente tutti gli altri sensi che, come agnelli sacrificali, seguono lo scintillio con cui le cose ci appaiono. Una scintilla che parla di vita, del desiderio di trovare qualcosa per noi; fatto apposta per noi.
Trovare quel qualcosa che non tradisca, che non scompaia, che non reagisca alle nostre imperfezioni e accetti ogni cosa secondo il “nostro” flusso.
Purtroppo quella “cosa”, quella magica esistenza ed essenza purificatrice può abitare dentro di noi solo a tratti, istanti… momenti che vorremmo durasse in eterno. Non si può: ogni cosa al di fuori di noi “è” e “rimane” all’esterno, risulta impossibile inglobare ciò che non ci appartiene in una fusione totale e senza fine. Non si può, non in questa dimensione di vita.
Esistono, però, persone e situazioni che sono in grado di regalare questa magia, questo stato divino di piena presenza e contemporanea assenza delle identità, fuse in una condizione di assoluta e perfetta imperfezione ma… (nella vita, quella vera, c’è sempre un “ma”) nella loro umanità possono farlo solo a momenti.


Il resto, invece, sono solo estenuanti corse; affannosi percorsi ad ostacoli, sbavando dietro a ciò che i nostri occhi hanno bisogno di vedere, dietro l’illusione di sagome e profili gradevoli, per non guardare dentro di sé.

Dovremmo, seppur con fatica, cercare di invertire lo sguardo all’interno: una piccola parte del tempo che impieghiamo a “guardare” fuori, dovremmo investirla a guardarci dentro.
Devo trovare prima di tutto me stesso, riempiere ciò che sono di me.
Senza narcisismo o presunzione, senza cadere nel vittimismo e nella bassa autostima: equilibrio, equilibrio nel paradosso.
E’ l’unica possibilità di presentarmi al mondo senza illudermi che esso dovrà darmi ciò che merito.

Tu sei mai stato creduto?

Intendo creduto davvero, con quella fiducia che non viene dal risultato che porterai, ma dall’essere visto nella tua pura intenzione.

A me non mi ha mai creduto nessuno; mai in quel modo, mai appieno; in genere vengo creduto fin dove arrivano i limiti della persona che mi vede e solo se dimostro un risultato a lei comprensibile.
Tutti noi addormentandoci sentiamo che siamo soli, troppo spesso soli.
Chi riesce a regalarci momenti di vera compagnia andrebbe tenuto stretto.
Compagnia non significa solo tempo e cose fatte insieme; significa la qualità con la quale queste cose erano, sono e saranno fatte: con una vera intenzione di cura e benessere. Compagnia significa essere reciprocamente creduti per ciò che si è.

Ci hanno cancellato la memoria, miliardi di stimoli: persone, facce, parole… troppo di tutto.
Rimanere nel silenzio da soli sembra una follia, i nostri occhi cercano di aggrapparsi a qualcosa che si muove, che “anima” il nulla che ci compenetra.
Ma ogni tentativo è vano, illusorio, non rimane.
E ripartiamo da capo.

Solo quando saremo capaci di riornare all’accettazione di una condizione di accurata selezione degli stimoli, solo allora troveremo ciò che cerchiamo.
Solo allora inizieremo a vedere davvero.

Purtroppo la risposta inconscia è sempre una: negare.
Ci aggrappiamo alle necessità e ai doveri, a ciò che è obbligo e non “scelta”.


A mio parere, per scegliere, è fondamentale spostarsi su due campi, queste due dimensioni sviluppano senso di identità e di scelta: arte e relazione; relazioni artistiche. Dove con arte si intende il significato più puro che assume questa parola: esprimere se stessi.
Tutto è Arte: anche chiudere uno sportello della macchina può esserlo, se magari, nel farlo, vogliamo stimolare una reazione divertita di chi ci sta accanto e, quindi, chiudendolo con una piroetta, un demi-plié e un inchino fatti con eleganza e ironia, possiamo regalare all’altra persona qualcosa di unico, non comprato ma bensì pensato. Sentito, agito. L’unione tra il dovere e il piacere; una vera dedica, qualcosa di proprio, irripetibile.

Ci aggrappiamo a mostrare la nostra identità attraverso il controllo delle dimensioni del “dovere”, che si trovano nella famiglia, nel lavoro e nei rapporti sociali.
Dovere. Dover dimostrare di essere all’altezza, di essere bravi, di essere belli e buoni: sempre e tutto insieme! Facendo i conti con mille opinioni diverse; pareri, consigli e giudizi di persone che, spesso, non hanno un reale interesse per noi, se non per quello che siamo a loro utili; dotati di una sensibilità empatica pari a quella di un batterio intestinale.

Rimaniamo in balia del mare di persone e cose in cui siamo dispersi e facciamo una fatica bestia a dire a noi stessi: “Basta, cazzo, datti una calmata! Non sarà tempo perso, anzi; il tempo diventerà flessibile e mi darà spazio perché, finalmente, me lo sto dando io stesso”.
Impossibile. Sembriamo programmati per negare ciò che ci fa bene.
Scappiamo dalla serenità, scappiamo dalla crescita graduale.
Gli adulti sono i peggiori bambini: mantengono la parte pretenziosa e pretendono di saper fare tutto subito; se non riescono allora schifano quella cosa.
La parte infantile sana, quella di ricordarsi che si impara da qualsiasi cosa, quella che curiosamente cresce ed evolve giorno per giorno… l’abbiamo dimenticata, lasciata andare.
Ovvio, visto che ce l’hanno fatta vivere come obbligo, come “dovere”; ritorniamo al concetto di prima. Non c’è rimasto niente di questa fase di crescita e apprendimento.
Non abbiamo preso il bello di crescere, ma solo il senso di pesantezza e obbligo.

Cosa rimane?
Cosa rimane, quindi?

Esistono al mondo, forse, una manciata di persone adatte a noi che capiscono questo. Forse…
Ma prima di tutto dobbiamo capirlo noi, non l’eventuale persona che ci sta vicino.

La felicità è nulla, se non è condivisa… non autoprodotta né comprata.

Gli aperitivi, il mare, le vacanze, i viaggi…arriva tutto.
Ma senza questo livello di consapevolezza rimane davvero poco, forse nulla.

La quantità copre ma solo la qualità realizza.

Non stiamo vedendo niente, se guardiamo solo con gli occhi.

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The first Real Woman

Vorrei raccontarvi una storia, una storia vera, dedicata a chiunque abbia un’anima per capirla.

Questo è un racconto dedicato in particolare alla Donna, quella splendida energia che brilla all’interno di ogni femmina, lo spirito della creazione e del potere di dare la vita. Questa è la storia del vostro primissimo prototipo, qualcosa di così strano da non sembrare vero.
Eppur lo è.

Chi fu la prima donna del genere umano, la rappresentazione narrativa per eccellenza del ruolo del femminile?

“Eva”, sorge spontanea la risposta.


Quanta ignoranza ci riversano nella mente, ci vogliono far conoscere solo ciò che fa comodo.

Non è Eva la prima donna creata dalla Divinità, secondo le tre principali teologie monoteiste (l’Ebraismo di Abramo, il Cristianesimo di Gesù e l’Islam dei “muslim”, i sottomessi a Dio).

Non è affatto Eva, creata da una costola di Adamo ad essere la prima femmina umana.

Lilith.
Essa fu, all’alba dei tempi.
La leggerdaria Lilith.

Essa fu creata alla pari di Adamo, come lui dalla terra.
E a lui era pari; non dipendeva da lui, non era parte di lui.
Infatti a Lilith non piacque per niente il piano di Adamo di farne la “sua metà”.

Lilith voleva decidere da sola.
Magari sarebbe stata con Adamo, magari no. Forse ci sarebbe stata se Adamo si fosse comportato in maniera equi-paritaria.
L’unica cosa sicura è che lei era come lui, alla pari. Stessi doveri e stessi diritti.

Per questo, in una visione di sottomissione imposta dalle debolezze del maschio, si staccò.
Adamo la odiò per questo, invece di capire il valore di una condizione di vera sincerità, di purezza concettuale.
Lilith pensava con la sua testa: “Sto con te perché lo voglio, non perché come donna mi devo completare con un uomo che mi faccia sentire protetta e sicura.
Come tu proteggi te stesso, mi proteggo pure io da sola, caro Adamo”.
Lilith aveva una visione veramente positiva del rapporto di coppia, mentre Adamo era il solito bambinetto capriccioso, insicuro… il classico uomo forte fuori e debole dentro.
Solo accettando la parità con Lilith, Adamo stesso si sarebbe evoluto.
Invece Adamo emarginò Lilith ed essa, saggiamente, si rifugiò a vivere coi demoni, gli Angeli caduti.
Anche loro conoscevano la differenza tra scelta e obbligo.

Adamo, invece, corse a piangere al cospetto del Divino e implorò qualcosa di meglio (secondo lui); così, dalla sua costola, nacque Eva, il suo clone parziale.
Eva lo servì e riverì in tutto, a discapito della sua identità, portando in dote alle generazioni future un senso di “appartenenza” al maschio.

Ecco la narrazione del tipo di donna che serve a questo mondo infame. Una donna Eva, perennemente sessualizzata e sessualizzante.
Tutto si basa sul “cercare” il proprio completamento in una visione già distorta in partenza: si cerca di completare quel “corpo” maschile in cui manca la costola. Nasce l’amore morboso per “il padre, l’uomo” che ti proteggerà, riportandoti dentro di sé. No, non funziona così.
Se ti porta dentro di sé, non sei più Tu, sei lui, o quello che lui è capace di fare con te (poco).

Infatti si generano tipi di donne che hanno continuamente un rapporto di misura con il maschio, in ogni modo possibile.
Le Eva che vivono per essere la donna di qualcuno: si illuderanno, faranno e si faranno fare di tutto per arrivare alla fusione totale, fino all’estremizzazione masochista di assoluta passività, fino a rischiare e perdere la vita.
Le Eva che, al contrario, arrivano ad odiare gli uomini perché essi non sono stati in grado di “riportarle” dentro di loro; quindi li “usano”, amandoli (pensa lei) in un modo dominante, attivo, arrivando al sadismo. E volendo che un uomo perda la testa, la vita, solo per loro.

In mezzo, tutte le versioni intermedie; sempre un bilanciamento tra sottomissione e dominanza, sbagliato a prescindere.
Non esiste un equilibrio nel giudizio di cose che non dovrebbero essere vissute così.

Al contrario, quasi invisibili e molto di nicchia, esistono delle Lilith che sono e sanno ciò che vogliono.
Meravigliose donne che possono essere etero, lesbo, trans, bisessuali, o amarsi da sole… in ogni caso sanno cosa stanno facendo.
La sessualità è consapevole, bilanciata e non tutto diventa oggetto di questa discriminante; il sesso è una parte della Vita che, nella consapevolezza,
è sempre legata una scelta. E una Lilith, visto che ama sé stessa, ama anche la persona con cui sceglie di unirsi, in maniera completa.

Lilith creò la sua stirpe, insieme a demoni giusti e uomini saggi, entrambi in cerca di redenzione.
Le Lilith non devono completarsi, non devono “trovare” qualcosa. Sanno perfettamente che è tutto già a disposizione, è tutto dentro di noi.

Ecco…
volevo fare un regalo puro e sincero a tutte le donne.
Se questa piccola riflessione su quanto diamo per scontato alcune verità (che, tecnicamente, tali non sono) vi è stata utile…condividetela.
Regalate un pò di sana consapevolezza in giro, alle amiche che amate e alle donne che stimate.
Anche a quelle che vi stanno antipatiche, se siete abbastanza forti da gestire la situazione!

Riflettete su come sono andate e vanno le cose, traete le vostre conclusioni.

Tornate alla Lilith che è in voi.
Non cercate di “trovare” ciò che è già dentro ciascuno di noi, non cercate di fondervi con ciò che non siete; piuttosto imparate a complementarvi.
Abbandonate la sicurezza del costume di Eva e trovate la vostra verità.

Con tantissimo affetto ed emancipazione,
Alessandro.

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F.C.D. Farmer Conceptual Design

Questa è una mordicchia da vacca, una morsa portatile per “stringere” e costringere animali al movimento. Retaggio di una realtà per noi difficile da capire, molto.

Immaginate di fare un salto all’indietro nel 1700, nel 1800 o inizio del ‘900 (per non dire prima!)… immaginate di essere al mercato del bestiame e di voler comprare una mucca, un vitello o addirittura un toro.

Fase ansiogena di contrattazione del prezzo, stretta di mano e… affare fatto!

Bene, avete la mucca. Purtroppo non ha ancora l’anello al naso… ovviamente siete dei poveri contadini che vivono in mezzo alla palude o nei campi scoscesi sui saliscendi di un colle, avete investito tutti i vostri miseri risparmi di una vita per prendervi questa benedetta vacca e, finalmente, un barlume di speranza per far sopravvivere vostra moglie e i vostri figli luccica davanti ai vostri occhi. Naturalmente siete arrivati a piedi al mercato, partendo all’alba e facendo diversi chilometri lungo sentieri sterrati e poco noti e, ora, senza più altri risparmi da parte… come lo portate a casa il vostro prezioso tesoro???

A spinta?

In spalla?

Chiedendole per favore di interessarsi a questa transazione che porta l’animale stesso sotto il controllo di un nuovo “responsabile”?

Con l’ipnosi regressiva? Trasformandosi improvvisamente in uno sciamano dotato di poteri occulti?

Ecco… se si voleva davvero essere sicuri di poter portarsi a casa quell’animale, senza perderlo per strada, senza metterci una settimana dormendo all’addiaccio con lui e indirizzandolo a casa a forza di calci in culo… ecco!

Questo era lo strumento giusto per il contadino di gusto: il mordicchio da vacca. Minima spesa e massima resa, in affitto anche per pochi talleri o bagattini.

Io me la sono immaginata dopo una giornata di duro lavoro: una mordicchia che, dopo essersi infilata nelle narici umidicce di una mucca per guidarla dove serviva, si prende il suo tempo e si riposa, fiera del lavoro svolto.

Si sdraia su un prato assolato e si rilassa, aspettando di essere infilata nel prossimo naso.

n.d.r. qua sotto le foto originali dell’oggetto in questione e, ovviamente, l’autore si astiene profondamente dal voler esprimere una sua posizione su quanto possa essere coercitivo forzare, comunque attraverso il dolore, un altro essere vivente. Anzi…vi dico cosa ne penso: dovremmo essere capaci di parlarci, con le mucche, e andarci mano nella coda, a casa! Forse non c’è mai stato tempo, voglia, interesse nel farlo; ai posteri l’ardua sentenza. Magari le A.I. comunicheranno direttamente con gli animali. MAGARI!

Aku_invisibilecomeunraggiodiluce

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In cosa credi?

Se vivrete per qualcosa di superiore a voi, per qualcosa oltre voi stessi…

…se capirete che una parte dell’identità di ogni essere si trova nel dare, non solo nel ricevere…e che in quel “dare” risiede il Divino, indipendentemente da religione, etnia o cultura a cui si appartiene… allora verrete protetti da ciò che pensate sia Vero.

Perché sentirete oltre il vostro ego. Finalmente avrete trovato qualcosa di più grande, più importante in cui Credere. Si apriranno le porte dell’Eterno e dell’Infinito.