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Esiste, oltre la vista.

Quante volte da bambini ci hanno insegnato a disegnare o, semplicemente, ci abbiamo provato da soli… per vedere se eravamo capaci di racchiudere la realtà su un foglio di carta e, magari, riuscire anche a ri-disegnarla un pò più magica e bella di quella che era.

Tra i soggetti più comuni, ricorrenti nel disegno libero, troviamo sicuramente gli alberi. Viene quasi naturale stilizzare la forma di questi maestosi giganti che, ancor più da bambini, evocano un senso di forza e stabilità attraverso i loro robusti tronchi; mentre le fronde, con le loro chiome vive e vivaci, rivolte in perenne abbraccio del cielo, ci rimandano al mondo dell’aria, delle nuvole e della libertà.

Normalmente il risultato del nostro disegno rispecchia ciò che vediamo e, soprattutto, ciò che pensiamo di sapere. Subentra (come sempre in agguato) la pericolosità dell’essere umano, abile nel suo considerare importante solo ciò che può immediatamente verificare.

I risultati sono simili a queste due immagini qua sotto ma, a mio parere, esse non corrispondono davvero al disegno di un albero.

Manca qualcosa in questi disegni.

Non si è pensato di disegnare un albero piantato per terra, in un prato o in un determinato contesto ma, semplicemente, un albero, nudo e crudo: gli manca davvero qualcosa. Manca metà dell’albero stesso.

Manca la base.

Le sue radici.

Ogni vegetale (alberi, fiori, piante…) presenta una componente nascosta alla vista umana ma essenziale alla sua esistenza; è la parte da cui ha origine la sua stessa vita.

Le radici sono vaste e diffuse quanto i tronchi e il fogliame posti alla sommità, a volte anche di più. Nel “mondo di sotto”, questa immensa rete di ramificazioni, che si sviluppa in filamenti sempre più sottili, è il vero centro di comunicazione della pianta stessa con il mondo. I vegetali si parlano tramite le loro radici, rilasciano sostanze chimiche per far capire ad altre piante di aver bisogno di determinati nutrienti o per informare lungo quale direzione sviluppare i propri terminali per arrivare a zone umide e fertili, funzionali alla loro sopravvivenza. Collaborano e competono tra di loro in un perenne scambio di sostanze e informazioni.

Ricorda un pò come trattiamo anche noi stessi, no? Come l’individuo volge il suo limitato sguardo verso il sè e gli altri: pronto a valutare, descrivere e voler capire tutto ciò che è visibile; dimenticando spesso, però, il fondamentale collegamento che il visibile ha con ciò che “vedere non si può”.

Per questo, se ne avete voglia, ogni tanto, pensate e disegnate il vostro albero così, intero… fino alle profonde radici del suo essere. Molto più bello e vero, no?

Attitudine inversa. Alla radice delle cose.

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Scusate il disturbo?

Piccola e leggera riflessione sul significato di “musica” oggi, ora.

Le “canzoni” (?) che, da un pò di tempo a questa parte, le industrie discografiche ci propinano come musica, sono davvero inquietanti nei loro significati, messaggi e strutture offerti agli ascoltatori.

Oggi le tematiche sono inesistenti, si cavalca un impulso adolescenziale, senza alcuna continuità narrativa o elementi tecnici di rilievo. Queste canzonette raccontano semplicemente di istanti, frammenti di emozioni impossibili.
Illusioni: cotte & mangiate, digerite ed espulse; fast food di note e armonie, qualità inesistente.
Sono scritte, composte e prodotte per un pubblico sempre più giovane, ai limiti dell’infanzia. Una scelta scientifica, studiata a tavolino.

Le melodie e le parole della canzoni da sempre raccontano le stesse dinamiche: amori incredibilmente fantastici, unici, ai limiti del Divino e, all’altro lato, delusioni e sofferenze indicibili per l’affetto perduto, così tanto dolore da strapparsi il cuore, niente ha più valore. Entrambe le visioni sono ovviamente estremizzate ma, prima, erano emozioni inserite in una storia, una narrazione di un percorso di vita; era presente un minimo di consapevolezza esistenziale. In più esistevano gruppi musicali impegnati, di denuncia sociale o semplice story-telling della società, dei suoi usi e costumi, nei suoi aspetti più vari. Ora no.

Ora sono impulsi privi di qualsiasi qualità ritmica, melodica o semantica; la stessa canzone è una struttura effimera, un istante di illusione irreale.
Questo è ciò che ora chiamano “musica”, ormai incapaci di un vero ascolto discriminante. I brani durano massimo tre minuti ed è un continuo sbalzo di emozioni e sentimenti, le luci e gli effetti scenici aiutano a inibire l’ascolto consapevole e tutto si trasforma in una apparizione onirica e decontestualizzata.
L’immagine iconica del o della “cantante” si è trasformata in una figura di puro intrattenimento.
All’altro anello della catena si trova il motivo di tutto ciò.

Chi intrattengono davvero queste nuove musichette?
I tredicenni e le undicenni con, ovviamente, genitori al seguito. Mamme e papà contenti di vedere i loro piccoli adulti del futuro cantare le strofe di Sesso e Samba, sbraitare con esplosioni e deliri di onnipotenza o annichilimento assoluto seguendo le vibrazioni dell’auto-tune di Rocco Hunt o la struggente voce di Annalisa.
I nuovi artisti (?), salvo sempre più rare eccezioni, si presentano alla scena musicale con un repertorio che, fondamentalmente, si rivolgere a fasce di età sempre più basse e parla con loro di tematiche da eterni diciottenni, irreali per quella fascia d’età. L’obbiettivo è sperare di portarsi dietro alcuni “piccoli fans”, appunto, per almeno cinque anni, finché, visto il tipo di crescita esponenziale e senza consapevolezza, ormai diciassettenni, questi stessi ragazzini abbandoneranno i loro primi falsi idoli per rivolgersi, con lo stesso PREMATURO atteggiamento, al mondo dei trentenni. Ne copieranno i vizi e le peggiori perversioni.

I cantanti più fortunati si porteranno dietro un piccolo pubblico che crescerà con loro, fino forse ai venticinque, trent’anni e, poi, con lavoro, casa, famiglia, figli e debiti…tanti saluti. Oppure riusciranno ad entrare nell’olimpo degli eterni, come il Gianni nazionale e l’Orietta Berti, ce li ritroveremo a novant’anni con impianti cibernetici per stabilizzare le perdite urinarie sul palco e avere una deambulazione ancora decente. Già lo vedo… un 2087 dove Gabry Ponte ci suona ancora, con il suo famosissimo playabck, W L’ItaGlia. Ottimo! E noi? Messi peggio di prima.

Bignamizzo: i cantanti e i musicisti erano famosi, e lo sono sempre stati, per un pubblico adulto, dai 20 in su. Un pubblico capace, un minimo, di scegliere; non di seguire ciecamente rassicurazioni artefatte, indotte e studiate a regola d’arte per catturare il desiderio dell’assoluto, del tutto… del nulla. Come dico spesso ma mai troppo: illusioni. Ora i cantanti più famosi, più ricchi e commercialmente spendibili sono quelli che catturano le voglie dei PRE adolescenti. Sbaglio?

Poi si chiede a questi stessi ragazzi di essere educati, rispettosi del loro corpo, del corpo altrui (trattato come merce nelle canzoni, imparate a memoria e che attivano le parti più piacevoli e intense del loro cervello ancora in evoluzione) e dei pensieri. Devono essere capaci di impegnarsi nei doveri con passione, perseveranza, pazienza e tenacia e, intanto, li si nutre a Sesso e Samba. Stimoli convulsi di un atteggiamento opposto a quello che si desidera cresca in loro. Ottimo, perfetto, ci sta, coerente.

O no?

La musica, un tempo veicolo di storie, realtà e sogni, ora è puramente un mezzo di rincoglionimento di massa. Questo tipo di suoni non sviluppa alcuna potenzialità, anzi, atrofizza selettivamente capacità e qualità molto più raffinate ed eleganti che l’essere umano possiede. Ora vince la “leggerezza” che, veloce come arriva, veloce se ne va. Niente ha più senso, in quanto privato di una continuità che lo inserisca in un processo di consapevolezza e, qui, la musica che ci buttano addosso ha un ruolo fondamentale: nei momenti che dovrebbero essere di serenità e crescita personale siamo indotti, semplicemente, a corrispondere come automi a impulsi improvvisi, estremizzati e disconnessi dal contesto.

La musica di oggi è come un selfie sullo smartphone: entrambi falsi.

Una menzione particolare ai Coma Cose che sono riusciti a banalizzare anche la parola “cuore”. La loro canzone è un perfetto esempio di trentenni che, pur di non tornare a lavorare dopo aver azzeccato qualcosa di buono, si ritrova senza più idee se non l’immagine di una coppietta alternativa che si ama cantando (sarà vero?) e, quindi, con magistrale intuito, si S-vende con una velocità e disinvoltura assoluta a un pubblico da “Ballo del Qua Qua”. Dopo questa canzone, la percezione della parola “cuore” diventa davvero di un piattume e di una ripetitività stancante. Avete fatto un capolavoro! Penso che, peggio, non ci sarebbe riuscito nessuno o, forse, Malgioglio…chissà.

DISTURBO. Questo siete.

Bene, ora vi lascio in compagnia di questi stup…endi personaggi mentre, io, serenamente, mi appropinquo a un ascolto pingue e pantagruelico per le mie orecchie. Scusate il “disturbo”….?

Io no.

Aku invisibilecomeunraggiodiluce

Concludo con tre grandissimi geni del suono e del potere delle parole:

Ah… probabilmente Rino G., il terzo genio qua sotto, è stato…diciamo così…”facilitato verso il passaggio all’altro mondo”…da qualcuno che se l’era presa per essere perculato in questa canzonetta. Eppure è così leggera, no? Erano tempi difficili, molto difficili; saltavano in aria anche i commissari di polizia e le stazioni.

Ne saluto due, di Rino. Ora probabilmente staranno cantando insieme. In pace, almeno lì.

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Indo&Vinello.

Un indovinello indipendente (indo) e carino, come il sorso di un buon vino (vinello).

Attitudine inversa – un libro, mille avventure, suoni e colori di vita.

…intanto ne approfitto per ringraziare altri nuovi lettori e lettrici che hanno creduto in me.

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20/40/60

Breve storia… felice o triste dipende da ciò che si sceglie; dipende da noi.

20: a vent’anni pensiamo a vivere le nostre esperienze, liberi di costruirci come persone, sapendo che tanti altri treni passeranno dalla nostra stazione. Lo intuiamo, lo percepiamo quasi in maniera “biologica”, le nostre stesse cellule e la nostra forza vitale spingono per avere tutto ciò che possiamo. Così arriviamo, intorno ai trent’anni, a credere che costruiremo quel “qualcosa” che ci porterà avanti nella vita adulta, che durerà, forse, per sempre, se riusciremo a impegnarci a dovere. Ci illudiamo che troveremo il nostro posto nel mondo, che riusciremo ad avere una persona speciale a fianco, qualcuno che ci vede davvero e che, in questa unione, costruiremo una famiglia. Una famiglia diversa, dove tutto andrà bene; ci crediamo unici e che la nostra originalità potrà essere capita, che servirà per affrontare e risolvere i problemi, come gli altri non sono ancora riusciti a fare.

Poi, un giorno, si aprono gli occhi e ci si accorge che tutto è stato fatto: la casa è stata presa, il lavoro c’è, i figli sono nati. Si è raggiunto tutto quello che serviva per rendere concreta questa realtà però…

…però man mano che passa il tempo, ci si accorge che manca qualcosa. E’ un qualcosa d’invisibile, impalpabile ma, allo stesso tempo, fondamentale; seppur sia difficile da focalizzare nella sua essenza. Dentro sé stessi si cercano rassicurazioni e ci si risponde, da soli, che quella cosa, quel “qualcosa” confuso e indefinito che ora manca, arriverà. Così, prima, ci concentriamo sulla concretezza, realizzare e costruire ciò che possiamo vedere e toccare e, per certi versi, è anche giusto.

Si cerca di non calcolare niente e calcolare tutto allo stesso tempo ma, purtroppo, quell’essenza mancante, quell’eterna assenza, inizia a pesare nella sua latitanza. Aria pesante, che lascia senza respiro. Manca quella combinazione di elementi invisibili che possa rendere l’aria davvero respirabile: la mancanza di gratificazione, di flessibilità e sensibilità empatica rende tutto pesante, soffocante.

Queste sono le sostanze assenti nella ricetta della relazione… quindi il piatto non riesce. Senza l’equilibro di una piccolissima dose di queste spezie, dal gusto fortissimo, non si raggiunge l’armonia degli amari sapori che offre la vita; diventa tutto immangiabile.

Non possono essere cercati successivamente, questi fondamentali aromi devono essere il “segreto” della ricetta, non aggiunti in seguito per provare a rimediare al pasticcio.

Dentro queste “delicatezze” risiede una grandissima forza, la forza di tenere davvero INSIEME tutto ciò che si costruisce. L’energia che lega l’elettrone al nucleo è la stessa che è capace di legare due persone per la vita. 

E’ l’unica soluzione per creare qualcosa che duri davvero, capace di superare anche i momenti di allontanamento, di incomprensione, di stanchezza e di diversità dei bioritmi energetici. Senza questa energia fragile e potentissima, ciò che si costruisce non avrà nessun legante. Tutto svanisce, si frammenta in mille pezzi.

Si arriva così ai 40. 

La vasta moltitudine di persone e oggetti ora presenti nella nostra vita (fisica e mentale) si trasforma in una distesa desertica, zolle secche e distaccate una dall’altra, un terreno crepato senza più connessione. Il mancato nutrimento ha reso il suolo inospitale e ha inaridito ciò che avevamo piantato. A questo punto prendiamo una decisione: facciamo da soli.

Iniziamo a fare davvero tutto da soli, per necessità, per istinto di sopravvivenza. Ciò che ci circonda ha bisogno di attenzione, seppur non se ne riceve altrettanta in cambio; per mantenere quel poco che abbiamo dobbiamo, comunque, continuare a offrire, sudare e soffrire, senza ritorno.

Poi, dentro questo deprimente realismo, proviamo a metterci di nuovo in gioco, cercando di trovare una compagnia e un supporto, per condividere con più consapevolezza questa difficile dimensione in cui si è precipitati. Una persona che, finalmente, possa vederci per quello che siamo, incluso il fallimento delle nostre prime illusioni. Si riprova, ci si impegna per “sentirsi” più maturi, più grandi. Spesso si sceglie un partener modificando i propri parametri, rinunciando ad aspetti che riteniamo più effimeri per selezionare chi presenta delle caratteristiche, in apparenza, più solide e adulte.

Finché la vita, quella vera, non bussa di nuovo alla porta.

Allora ci si accorge, proprio in quel momento, che anche a quaranta non tutto è così “maturo”, pronto e perfetto come ci si illudeva che sarebbe stato. Ci si accorge che il proprio bambino interiore e, allo stesso modo, quello del proprio partner, non è poi così cresciuto. Si realizza che aver forzato uno sviluppo e una maturità interiore solo per accondiscendere a certi schemi preconfezionati… non funziona, di nuovo. Non funziona proprio, anzi, portarsi su un piano più adulto, elevato, senza esserne veramente preparati provoca ancor più danni, più dolore, a sé stessi e agli altri.

Si inizia a perdere davvero fiducia.

Non si perde solo fiducia negli altri ma, ancor più grave, in sé stessi. Ci diciamo che se non siamo riusciti a combinare qualcosa di decente con l’entusiasmo dei venti, con la forza dei trenta e, poi, con la maturità dei quaranta… allora di certo, dopo, non sapremo fare di meglio. Crediamo che le occasioni buone siano già passate e noi stessi, forse, non ci sentiamo più “buoni”… giovinezza e forza stanno svanendo e una parte della nostra identità capisce che non torneranno più, mai più. Il cervello gioca su questo scorrere biologico del tempo costruendo una grafico delle proprie capacità, mettendoci paura e pressione riguardo l’onnipotente flusso che, pian piano, cancella ogni cosa esistente.

Si apre uno squarcio ancor più doloroso e confusivo: dopo la caduta delle illusioni ora vacilla anche la poca sicurezza di riuscire, almeno, a realizzare qualcosa di decente. Riusciremo ad avere quel poco che ci soddisfa e gratifica? Questa domanda prende sempre più spazio nel nostro intimo e, intanto, il tempo passa.

Così arrivano anche i cinquanta e, invece che trovarsi al punto di prima, scopriamo che ci hanno addirittura spostato la linea di partenza! Ora si (ri)parte da più indietro, da un punto ancor più lontano da ciò che volevamo raggiungere. Facendosi caso si nota come, ora, il centro delle cose si sia spostato sempre più verso l’interno del sé; sono sempre meno gli investimenti di fiducia, apertura e curiosità verso il mondo esterno.

Le esperienze passate hanno creato una cappa, una bolla, una pellicola che ci isola dalla percezione neutra di ciò che ci circonda; ogni cosa è filtrata da ciò che abbiamo già vissuto e le delusioni provate in precedenza ci implorano di stare attenti, di non correre il rischio di finire di nuovo come prima. Diventa molto facile cadere nella “profezia che si auto-avvera”: far sì che i nostri pregiudizi guidino ciò che accade e permettano alla paura (di soffrire ancora, di non essere visti) di difendersi, con ogni mezzo possibile, dalle nuove difficoltà. In un attimo anche questa speranza di rinascita viene soffiata via dalla paura di vivere il proprio tempo; esso passa, scorre, mentre noi ci muoviamo sempre più al rallentatore, gravati dai fardelli del nostro passato che rendono sempre più faticoso e pesante il nostro passo.

60: eccoci. La questione sta qua.

Come ci arriviamo, come siamo o saremo messi, quando giungerà questo momento?

E’ nostro compito credere. Nessuno avrà speranza e fiducia al nostro posto, riuscendo a placare le paure esistenziali più intime e ormai in pieno controllo del nostro “io”; nessuno.

Si può rinascere, si può continuare a nascere e rinnovarsi. Evolvere e crescere in eterno è possibile ma… serve costruire un’identità che si apra a ciò che non si conosce, a ciò che fa paura. Lì dentro troveremo noi stessi e la persona che ci vede davvero.

Potrebbero essere i vent’anni migliori della nostra vita ma solo se vorremmo fare in modo che lo siano, altrimenti rimarremo per sempre… nomadi del deserto. 

Alla fine, negli esseri umani, vincono sempre le paure.

Avete il coraggio di credere in finale diverso?

Aku – invisibilecomeunraggiodiluce

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Holidays Tips: in vacanza.

In vista delle tanto desiderate vacanze estive pongo una domanda cruciale: volete essere invitati più spesso alle case al mare dei vostri amici, alle feste che contano e, sicuramente, risultare più simpatici a prescindere?

Allora dovete andare a trovarli con un omaggio di classe, gusto e incommensurabile stile che faccia dire loro: “Che piacere vederti!”.

Regalate un libro.

Offritegli qualcosa che duri nel tempo, che possa occupare la loro mente per un pò di giorni, qualcosa che possa essere utile a comando, quando vogliono loro.

State regalando loro nuovi spazi e dimensioni, nuove persone, luoghi ed emozioni… tutto in uno. State regalando un pezzo di mondo. Offrite avventure, curiosità e conoscenza a chi volete bene; ve ne sarà grato.

Regalate qualcosa di diverso, di nuovo, di unico: Attitudine inversa Amazon Store Mondadori Store Santelli Editore Store Libreria Universitaria Store Libraccio Store IBS Store

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Così è, se vi pare.

Non c’è torto più grande agli occhi di una persona che avere ragione, prima di lei, su qualcosa che la riguarda.

Avere una parte di verità su di lei, ma prima di lei. Paura! Scatena odio e rigetto.
Ecco una delle falle (e follie) principali dell’essere umano, perché questa situazione attiva i meccanismi difensivi della propria identità, quelli inconsci, quelli più forti e profondi: negazione, proiezione e conflitto.

Al contrario, in questa particolare dimensione “critica” si troverebbe una delle chiavi fondamentali per focalizzare la nostra identità nel mondo, nel rapporto tra pensiero e realtà. Entrambe queste dimensioni hanno diritto di esistere e dovrebbero essere il più possibile coincidenti, accordate nello stesso senso percettivo.
Purtroppo non è così: ogni essere umano è quasi sempre e quasi solo uno sputa sentenze; apre la bocca per valutare l’esterno (quando va bene, altrimenti il verbo giusto diventa “giudicare”) ma chiude le orecchie al feedback di ritorno verso il proprio interno, l’io.

Succede quindi che “chi consiglia e si fa consigliare”, “chi apre e si fa aprire”… rimane affogato in un mare di confusione e sfiducia altrui.

Quale credibilità ha, per farsi capire, una voce sana che parla la stessa lingua del malvagio? Quale altra lingua esiste tra gli uomini se non quella che essi parlano?
Come si può riconoscere una verità mescolata a miliardi di bugie?

Non si può, non più, non in questa epoca storica.
Troppo di tutto diventa tutto di niente.

Se non c’è volontà, ora, è impossibile.
La verità non emerge mai da sola.
La verità costa più di ogni altra cosa al mondo…costa la propria vita.

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F.C.D. Farmer Conceptual Design

Questa è una mordicchia da vacca, una morsa portatile per “stringere” e costringere animali al movimento. Retaggio di una realtà per noi difficile da capire, molto.

Immaginate di fare un salto all’indietro nel 1700, nel 1800 o inizio del ‘900 (per non dire prima!)… immaginate di essere al mercato del bestiame e di voler comprare una mucca, un vitello o addirittura un toro.

Fase ansiogena di contrattazione del prezzo, stretta di mano e… affare fatto!

Bene, avete la mucca. Purtroppo non ha ancora l’anello al naso… ovviamente siete dei poveri contadini che vivono in mezzo alla palude o nei campi scoscesi sui saliscendi di un colle, avete investito tutti i vostri miseri risparmi di una vita per prendervi questa benedetta vacca e, finalmente, un barlume di speranza per far sopravvivere vostra moglie e i vostri figli luccica davanti ai vostri occhi. Naturalmente siete arrivati a piedi al mercato, partendo all’alba e facendo diversi chilometri lungo sentieri sterrati e poco noti e, ora, senza più altri risparmi da parte… come lo portate a casa il vostro prezioso tesoro???

A spinta?

In spalla?

Chiedendole per favore di interessarsi a questa transazione che porta l’animale stesso sotto il controllo di un nuovo “responsabile”?

Con l’ipnosi regressiva? Trasformandosi improvvisamente in uno sciamano dotato di poteri occulti?

Ecco… se si voleva davvero essere sicuri di poter portarsi a casa quell’animale, senza perderlo per strada, senza metterci una settimana dormendo all’addiaccio con lui e indirizzandolo a casa a forza di calci in culo… ecco!

Questo era lo strumento giusto per il contadino di gusto: il mordicchio da vacca. Minima spesa e massima resa, in affitto anche per pochi talleri o bagattini.

Io me la sono immaginata dopo una giornata di duro lavoro: una mordicchia che, dopo essersi infilata nelle narici umidicce di una mucca per guidarla dove serviva, si prende il suo tempo e si riposa, fiera del lavoro svolto.

Si sdraia su un prato assolato e si rilassa, aspettando di essere infilata nel prossimo naso.

n.d.r. qua sotto le foto originali dell’oggetto in questione e, ovviamente, l’autore si astiene profondamente dal voler esprimere una sua posizione su quanto possa essere coercitivo forzare, comunque attraverso il dolore, un altro essere vivente. Anzi…vi dico cosa ne penso: dovremmo essere capaci di parlarci, con le mucche, e andarci mano nella coda, a casa! Forse non c’è mai stato tempo, voglia, interesse nel farlo; ai posteri l’ardua sentenza. Magari le A.I. comunicheranno direttamente con gli animali. MAGARI!

Aku_invisibilecomeunraggiodiluce

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Stacchiamo un pò: indovinello

Ho inventato un indovinello, semplice ma bello.

Non l’avevo mai sentito, gli ho dato forma da solo mentre pensavo a cose mie…
ovviamente tra qualche tempo la riposta a questo giochetto non la conoscerà più nessuno.
I tempi cambiano e, prima che scompaia del tutto, lo lascio a chi gli piace.

Sai qual’è il gruppo musicale preferito di un architetto?


……

………

……………….

The Doors.

… e se volete, rifatevi le orecchie con un gran bel pezzo.

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Ce l’hanno fatta! Europa s.p.a.

Ce l’hanno fatta, ci sono riusciti!!!

Europa s.p.a. (s.ocietà p.er a.rmi)

Sono riusciti a trasformarla definitivamente nella multinazionale che volevano. Un vero “affare”, no?

E’ finita la pacchia, anche qua torniamo alla legge del più “forte”??? (o tonto?).

Contando il mare di nuove tecnologie e l’I.A. e i Robot e le S.U. (Stronzate Ultrasoniche, quelle non mancano mai)…maaaaa… secondo voi non serviva una bella scusa per poter spendere un sacco di nostri soldi in produzione di cose che non verranno veramente usate (sono un deterrente, giusto?) e di cui nessuno avrà mai beneficio?

Oplà, il gioco è fatto. Magia (nera).

Aku_invisibilecomeunraggiodiluce

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Linee, forme, materia.

Amore per il disegno a parte, lungo un tratto del mio percorso mi sono già dedicato allo studio delle forme, del gusto e della materia. Qualcosa di più dettagliato potete trovarlo nel mio racconto autobiografico, Attitudine inversa. Ora, però, non si parla di quello che sono stato, tutt’altro, ma di ciò che sarà: il recupero di qualche competenza passata per aprirmi a scoprire un nuovo modo di esprimermi. Concreto, palpabile… materico.

Qua alcuni lavoretti per la gioielleria, realizzati con la modellazione 3D, qualche idea che avevo pensato mentre mi trovavo “perso in Persia”, “arrabbiato in Arabia” e “pieno di dubbi in Dubai”.

n.d.r. E’ un gioco di parole ma è vero! Ero in Iran e Kuwait, vivevo lì e lavoravo come designer e tecnico orafo. (2005-2008). Tutto finì proprio perché mi sentii smarrito (Iran) e nervoso (Kuwait), mentre i dubbi di Dubai furono così brevi che non influirono più di tanto sulla mia decisione, ci passai appena tre giorni.

Sotto altri miei modelli, tra cui un anello da mignolo per uomo e un pendente per catenella a forma di scarpa col tacco, un piccolo tributo dedicato all’eleganza femminile.