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Aiuto! Mi hanno hackerato il cervello.

Partiamo da un concetto semplice semplice, punto uno: gli adulti rimangono (quasi sempre) dei bambini mal cresciuti.
Non importa quanti anni abbiano; alcune modalità di base verso l’approccio alla realtà sono sempre uguali e ripetitive, perché vissute male fin dall’infanzia.
Uno dei casi più eclatanti riguarda la “modalità di apprendimento” dell’adulto.
Nella vita paghiamo tantissimo la nostra incapacità di gestione all’interno di questo ambito… l’apprendimento.
Da qui una cascata di potenzialità inespresse nell’essere umano e, di conseguenza, il facile gioco del virtuale che, attraverso queste crepe si insinua in noi, sostituendo ciò che ci manca con facilitazioni digitali della realtà.

Tutto ciò che dovevamo imparare lo abbiamo appreso attraverso modelli educativi pieni di sterile nozionismo, nervosismo e ansia da prestazione.
Le materie scolastiche erano delle dimensioni oscure da cui riuscire a scappare al più presto, in quanto ogni cosa era rappresentata come un gioco al massacro: “O la sai (ripetere, non capire) o vieni bocciato, non sei adeguato!”.
Messaggio semplice e chiaro; trasmette esattamente il contrario del piacere di apprendere, attraverso errori e nuovi tentativi, in un ambiente accogliente.

Invece che godere del processo di crescita (in ogni ambito), ristagniamo nel sentimento opposto: un senso di inadeguatezza, fastidio e pesantezza di fronte alle sfide della conoscenza.

Gli adulti sono i peggiori bambini, rifiutano di controllare il processo di iniziale incapacità che, ovviamente, si presenta ogni volta che qualcosa di nuovo viene sperimentato.

Questo comportamento agito è il vero modello che si trasmette anche alle nuove generazioni: tutto e subito, zero sbatti per mettersi in discussione e plasmare il cervello alla calma, alla riflessione e all’azione sensata, coerente. Utopia.

Secondo punto: il cervello è un organo, uno degli organi più delicati e “precisi” che ci sia, la sua materia genera il pensiero. Come sapete tutti questa è una magia, una delle vere magie fondanti la vita.
Purtroppo chi non lo sa …si perde, pensando di essere il suo cervello che pensa.

Come tutti gli organi, il cervello ha problemi biologici, nel suo finissimo meccanismo di funzionamento (calibrato su piccolissime quantità di molecole) è normale che non funzioni sempre bene.
Però… qua si apre un crepaccio nel quale cade quasi tutto il genere umano.

Quando stiamo male alla schiena, da chi andiamo?
Quando ci tagliamo un piede, quando ci viene un infarto, ingrassiamo di colpo o abbiamo un incidente… da chi ci facciamo curare?
Facciamo da soli o chiamiamo il nostro miglior amico che ci consola? Andiamo fuori a bere per non pensarci?
No. Andiamo dagli specialisti: massaggiatori, dottori, dermatologi, dietologi, psicologi, coach, fisioterapisti…

Perché per il cervello non abbiamo lo stesso atteggiamento scientifico e realistico?
Diciamo di essere maturi, concreti e pragmatici nell’affrontare la vita ma
quando abbiamo problemi, difficoltà e disagi dei sistemi di pensiero, la soluzione è più simile a un’improvvisazione da baraccone circense.
Hai un esaurimento nervoso? Chiami l’amica.
Hai sofferenze nel pensare ad alcune dimensioni del tuo “io”? Vai a ballare o a fare l’aperitivo.
Fai fatica a costruire una visione serena e integrata del tuo percorso di vita? Ottimo, ci aspetta il ristorante di pesce.

…facciamoci del male!

Gli adulti giocano, sostituendo le macchinine e le bambole con i soldi, le case e le persone; pensando che giocando con cose più importanti si diventi grandi ma…non funziona così. Grandi si diventa lavorando anche dentro, non solo fuori.
Non ci lamentiamo tutti, infatti, della grande immaturità e incompetenza che c’è in giro, soprattutto da parte di individui che hanno posizioni e ruoli sociali incredibilmente prestigiosi e che, poi, si rivelano di una pochezza disarmante fuori dal loro piccolo mondo preimpostato e dalle loro quattro parole ripetute a slogan?

Detto questo ora abbiamo una grande fortuna, l’intelligenza artificiale ci salverà tutti!!!

Prima la troveremo negli occhiali, poi probabilmente nelle lenti a contatto e auricolari e, infine, un piccolo circuitino direttamente sulla coppa, appena sopra il collo. L’intelligenza artificiale implementerà in tempo reale la nostra capacità di calcolo, risposta, memoria.
Finalmente, se anche la nostra deficienza umana ci facesse dire qualche stronzata, avremo la scusa definitiva, la chiave universale per rimbalzare ogni accusa. Alla fatidica domanda: “Sei stato tu?” potremmo finalmente rispondere con grande sollievo: “Non sono stato io. Aiuto! Mi hanno hackerato il cervello!”.


Finisco questo articolo sapendo che è davvero l’ultimo, nel prossimo pubblicherò solo alcune foto della cronistoria di questo blog.
Nel terminare questo lungo viaggio aggiungo una profezia in stile Nostradamus: le macchine intelligenti non ruberanno il lavoro a nessuno, semplicemente… andremo a lavorare per loro.

Chiaro, no?


Purtroppo ci sono già movimenti culturali che pensano che l’intelligenza artificiale sia una nuova specie esistente e, come tale, abbia il diritto anche di superare l’uomo e succedergli come specie “dominante” sulla terra e, ovviamente, anche nello spazio; infatti le macchine artificiali trasferiscono la loro memoria e conoscenza attraverso segnali digitali che viaggiano alla velocità della luce e non hanno bisogno di aria. Possono colonizzare molti pianeti nella galassia: un essere artificiale può trasferire la sua memoria su una macchina identica che si trova a milioni di km di distanza, moltiplicando la sua identità su innumerevoli cloni indistinguibili.

C’è solo un piccolo problema.
I chip, i circuiti e i programmi che sono il corpo e il pensiero della macchina non si sono autonomamente generati o evoluti come specie vivente: sono stati assemblati dall’uomo.
In natura nessun minerale si mette a camminare sulle sue gambe per unirsi ad altri minerali e poi generare un linguaggio di comunicazione specifica con cui programmarsi per diventare un circuito elettronico; non esiste e non è mai esistita una tale “entità”.

Che ora queste macchine senzienti possano anche assemblarsi, replicarsi e reperire energia per alimentarsi in maniera autonoma, se opportunamente programmate… è vero, è drammaticamente vero.
In questo momento l’umanità è a un bivio; piacendole così tanto guardarsi allo specchio… prenderà la strada che vede riflessa, quella sbagliata.

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Terzo principio: colori.

Tra il bianco e il nero non ci sono le sfumature di grigio, bensì tutti i colori del mondo.

E’ interessante riflettere sulle semplificazioni che la mente umana produce, le sue false percezioni e credenze; il nostro pensiero cerca di facilitarsi il compito.

La comprensione delle cose, invece, richiede flessibilità e accuratezza, un impegno da prendere più seriamente e svolgere in maniera precisa, con una particolare attenzione alle “sfumature”.

A tal proposito è comune sentire spesso questa affermazione, declinata in diverse versioni: “Io sono o bianco o nero, non ho mezze misure. Non mi interessa il grigio che sta in mezzo, intermedio e indefinito”.

In questa sentenza, così facile da pronunciare e così “rassicurante” nella sua assurda semplificazione, risiede tutto il nostro pressapochismo. Escludiamo le “sfumature”, appunto; diamo loro un connotato di banalità e di mancato raggiungimento dell’intensità voluta ma, come spesso accade, stiamo solo usando pezzi di realtà a nostro esclusivo vantaggio.

Il grigio non esiste come intervallo tra il bianco e il nero; non è ciò che sta tra il totale respingimento della luce (bianco) e il suo totale assorbimento (nero): esso è la somma della loro presenza contemporanea (mischiati in una percentuale ben specifica, a seconda della sua intensità). I toni e le sfumature di grigio SONO il bianco e il nero, uniti e mescolati tra loro.

Così è esattamente come facciamo noi esseri umani… mischiamo decisioni assolutiste, bianche o nere, illudendoci di evitare il grigiume; invece, adottando questo comportamento, andiamo semplicemente a sommare e mescolare tra loro questi due poli opposti, creando noi stessi proprio ciò che volevamo evitare a tutti i costi: i toni di grigio. Paradosso.

Se fossimo meno egocentrici ed egoriferiti, forse potremmo aprire la nostra testolina e, con umiltà, accettare alcune semplici verità.

Tra il bianco e il nero c’è grigio, il grigio è la loro compresenza; quello che esiste tra di loro è molto più bello, è tutto ciò che serve alla vita: COLORE!

Tra il bianco e il nero esistono tutti i colori del mondo.

Quante nuove possibilità si aprono, ai nostri occhi, davanti a questa visione. Capire e accettare che ogni scelta è sempre un compromesso… che nel rapporto con la realtà dobbiamo vibrare in consonanza con i toni che ci circondano.

Solo in questo modo potremmo nutrirci di ciò che siamo e di ciò che “è”: entrare nei colori che ci appartengono e, in essi, dipingere il quadro della nostra vita.

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Nel Tempo non “ho” tempo.

Il Tempo non è assolutamente lineare, la scienza lo ha più volte dimostrato. Ne esistono 3 livelli, qualitativamente molto diversi: Chronos, Kairòs e Aiòn.

Chronos è il tempo programmato: vivere ogni istante come lo scorrimento ininterrotto di una organizzazione procedurale che vuole controllare il tempo, occupandolo con ogni cosa possibile.
E’ il flusso in cui gli esseri umani si bloccano.
E’ utile per raggiungere gli obbiettivi ma…non per godersi il percorso e, quindi, la vita. E’ lineare…si illude di esserlo… mentre la vita vera non lo è.
Cercare di aumentare il numero dei successi, il numero delle conquiste, il numero e la quantità delle emozioni vissute, senza dargli una dimensione più consapevole oltre il semplice impulso e più della loro semplice somma, rappresenta la trappola più seducente di Chronos.
La “quantità” di emozioni che pensiamo riempiano il nostro tempo “libero” stanno semplicemente abituandoci all’ottica del continuo raggiungimento di nuovi obbiettivi, compreso quello di viverne “SEMPRE PIU'”; quantità, non qualità.

Kairòs è il tempo vissuto: connettersi con il proprio essere, entrare in uno stato di consapevolezza in cui non è sempre necessario agire per ottenere ciò che si vuole. In alcuni casi basta rimanere espressioni del flusso del tempo, senza doverlo ricondurre a qualcosa che deve avere un ritorno utilitaristico, puramente razionale. Bisogna semplicemente sentire.

Nulla più, senza bisogno di rassicurarci di avere il controllo di ciò che sta accadendo, di poter decidere quanto inizia e finisce qualcosa. Lo decide il tempo, non noi. Più si vive in un stato di Kairòs e più, paradossalmente, ciò che sembra essere statico e lento, improvvisamente diventa molto più fluido e scorrevole…recupera la distanza dalle illusioni di controllo e le supera, mentre queste crollano al primo ostacolo.

Aiòn è il tempo assoluto: non c’è più necessità di sapere se siamo nel presente, futuro o passato; tutto è fuso in uno stato di onnipresenza.
A questo livello ci sono solo le Divinità. I Pianeti dell’Universo respirano dentro questo tipo di linea temporale.

L’essere umano ha accesso ai primi due, il terzo è riservato allo stato Divino, del tutto e del nulla.
Purtroppo, però, spesso ci si ferma a sopravvivere nel primo stato del tempo; è quello più pieno… pieno di bassa qualità, di momenti inespressi e illusioni perdute e, quindi, quello più seducente.
Per godere del secondo livello del Tempo serve tanta autocritica e una forte centratura della propria identità.


Il terzo? Arriverà quando torneremo a ciò di cui siamo fatti…particelle della stessa materia…

polveri di stelle.

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Esiste, oltre la vista.

Quante volte da bambini ci hanno insegnato a disegnare o, semplicemente, ci abbiamo provato da soli… per vedere se eravamo capaci di racchiudere la realtà su un foglio di carta e, magari, riuscire anche a ri-disegnarla un pò più magica e bella di quella che era.

Tra i soggetti più comuni, ricorrenti nel disegno libero, troviamo sicuramente gli alberi. Viene quasi naturale stilizzare la forma di questi maestosi giganti che, ancor più da bambini, evocano un senso di forza e stabilità attraverso i loro robusti tronchi; mentre le fronde, con le loro chiome vive e vivaci, rivolte in perenne abbraccio del cielo, ci rimandano al mondo dell’aria, delle nuvole e della libertà.

Normalmente il risultato del nostro disegno rispecchia ciò che vediamo e, soprattutto, ciò che pensiamo di sapere. Subentra (come sempre in agguato) la pericolosità dell’essere umano, abile nel suo considerare importante solo ciò che può immediatamente verificare.

I risultati sono simili a queste due immagini qua sotto ma, a mio parere, esse non corrispondono davvero al disegno di un albero.

Manca qualcosa in questi disegni.

Non si è pensato di disegnare un albero piantato per terra, in un prato o in un determinato contesto ma, semplicemente, un albero, nudo e crudo: gli manca davvero qualcosa. Manca metà dell’albero stesso.

Manca la base.

Le sue radici.

Ogni vegetale (alberi, fiori, piante…) presenta una componente nascosta alla vista umana ma essenziale alla sua esistenza; è la parte da cui ha origine la sua stessa vita.

Le radici sono vaste e diffuse quanto i tronchi e il fogliame posti alla sommità, a volte anche di più. Nel “mondo di sotto”, questa immensa rete di ramificazioni, che si sviluppa in filamenti sempre più sottili, è il vero centro di comunicazione della pianta stessa con il mondo. I vegetali si parlano tramite le loro radici, rilasciano sostanze chimiche per far capire ad altre piante di aver bisogno di determinati nutrienti o per informare lungo quale direzione sviluppare i propri terminali per arrivare a zone umide e fertili, funzionali alla loro sopravvivenza. Collaborano e competono tra di loro in un perenne scambio di sostanze e informazioni.

Ricorda un pò come trattiamo anche noi stessi, no? Come l’individuo volge il suo limitato sguardo verso il sè e gli altri: pronto a valutare, descrivere e voler capire tutto ciò che è visibile; dimenticando spesso, però, il fondamentale collegamento che il visibile ha con ciò che “vedere non si può”.

Per questo, se ne avete voglia, ogni tanto, pensate e disegnate il vostro albero così, intero… fino alle profonde radici del suo essere. Molto più bello e vero, no?

Attitudine inversa. Alla radice delle cose.

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Scusate il disturbo?

Piccola e leggera riflessione sul significato di “musica” oggi, ora.

Le “canzoni” (?) che, da un pò di tempo a questa parte, le industrie discografiche ci propinano come musica, sono davvero inquietanti nei loro significati, messaggi e strutture offerti agli ascoltatori.

Oggi le tematiche sono inesistenti, si cavalca un impulso adolescenziale, senza alcuna continuità narrativa o elementi tecnici di rilievo. Queste canzonette raccontano semplicemente di istanti, frammenti di emozioni impossibili.
Illusioni: cotte & mangiate, digerite ed espulse; fast food di note e armonie, qualità inesistente.
Sono scritte, composte e prodotte per un pubblico sempre più giovane, ai limiti dell’infanzia. Una scelta scientifica, studiata a tavolino.

Le melodie e le parole della canzoni da sempre raccontano le stesse dinamiche: amori incredibilmente fantastici, unici, ai limiti del Divino e, all’altro lato, delusioni e sofferenze indicibili per l’affetto perduto, così tanto dolore da strapparsi il cuore, niente ha più valore. Entrambe le visioni sono ovviamente estremizzate ma, prima, erano emozioni inserite in una storia, una narrazione di un percorso di vita; era presente un minimo di consapevolezza esistenziale. In più esistevano gruppi musicali impegnati, di denuncia sociale o semplice story-telling della società, dei suoi usi e costumi, nei suoi aspetti più vari. Ora no.

Ora sono impulsi privi di qualsiasi qualità ritmica, melodica o semantica; la stessa canzone è una struttura effimera, un istante di illusione irreale.
Questo è ciò che ora chiamano “musica”, ormai incapaci di un vero ascolto discriminante. I brani durano massimo tre minuti ed è un continuo sbalzo di emozioni e sentimenti, le luci e gli effetti scenici aiutano a inibire l’ascolto consapevole e tutto si trasforma in una apparizione onirica e decontestualizzata.
L’immagine iconica del o della “cantante” si è trasformata in una figura di puro intrattenimento.
All’altro anello della catena si trova il motivo di tutto ciò.

Chi intrattengono davvero queste nuove musichette?
I tredicenni e le undicenni con, ovviamente, genitori al seguito. Mamme e papà contenti di vedere i loro piccoli adulti del futuro cantare le strofe di Sesso e Samba, sbraitare con esplosioni e deliri di onnipotenza o annichilimento assoluto seguendo le vibrazioni dell’auto-tune di Rocco Hunt o la struggente voce di Annalisa.
I nuovi artisti (?), salvo sempre più rare eccezioni, si presentano alla scena musicale con un repertorio che, fondamentalmente, si rivolgere a fasce di età sempre più basse e parla con loro di tematiche da eterni diciottenni, irreali per quella fascia d’età. L’obbiettivo è sperare di portarsi dietro alcuni “piccoli fans”, appunto, per almeno cinque anni, finché, visto il tipo di crescita esponenziale e senza consapevolezza, ormai diciassettenni, questi stessi ragazzini abbandoneranno i loro primi falsi idoli per rivolgersi, con lo stesso PREMATURO atteggiamento, al mondo dei trentenni. Ne copieranno i vizi e le peggiori perversioni.

I cantanti più fortunati si porteranno dietro un piccolo pubblico che crescerà con loro, fino forse ai venticinque, trent’anni e, poi, con lavoro, casa, famiglia, figli e debiti…tanti saluti. Oppure riusciranno ad entrare nell’olimpo degli eterni, come il Gianni nazionale e l’Orietta Berti, ce li ritroveremo a novant’anni con impianti cibernetici per stabilizzare le perdite urinarie sul palco e avere una deambulazione ancora decente. Già lo vedo… un 2087 dove Gabry Ponte ci suona ancora, con il suo famosissimo playabck, W L’ItaGlia. Ottimo! E noi? Messi peggio di prima.

Bignamizzo: i cantanti e i musicisti erano famosi, e lo sono sempre stati, per un pubblico adulto, dai 20 in su. Un pubblico capace, un minimo, di scegliere; non di seguire ciecamente rassicurazioni artefatte, indotte e studiate a regola d’arte per catturare il desiderio dell’assoluto, del tutto… del nulla. Come dico spesso ma mai troppo: illusioni. Ora i cantanti più famosi, più ricchi e commercialmente spendibili sono quelli che catturano le voglie dei PRE adolescenti. Sbaglio?

Poi si chiede a questi stessi ragazzi di essere educati, rispettosi del loro corpo, del corpo altrui (trattato come merce nelle canzoni, imparate a memoria e che attivano le parti più piacevoli e intense del loro cervello ancora in evoluzione) e dei pensieri. Devono essere capaci di impegnarsi nei doveri con passione, perseveranza, pazienza e tenacia e, intanto, li si nutre a Sesso e Samba. Stimoli convulsi di un atteggiamento opposto a quello che si desidera cresca in loro. Ottimo, perfetto, ci sta, coerente.

O no?

La musica, un tempo veicolo di storie, realtà e sogni, ora è puramente un mezzo di rincoglionimento di massa. Questo tipo di suoni non sviluppa alcuna potenzialità, anzi, atrofizza selettivamente capacità e qualità molto più raffinate ed eleganti che l’essere umano possiede. Ora vince la “leggerezza” che, veloce come arriva, veloce se ne va. Niente ha più senso, in quanto privato di una continuità che lo inserisca in un processo di consapevolezza e, qui, la musica che ci buttano addosso ha un ruolo fondamentale: nei momenti che dovrebbero essere di serenità e crescita personale siamo indotti, semplicemente, a corrispondere come automi a impulsi improvvisi, estremizzati e disconnessi dal contesto.

La musica di oggi è come un selfie sullo smartphone: entrambi falsi.

Una menzione particolare ai Coma Cose che sono riusciti a banalizzare anche la parola “cuore”. La loro canzone è un perfetto esempio di trentenni che, pur di non tornare a lavorare dopo aver azzeccato qualcosa di buono, si ritrova senza più idee se non l’immagine di una coppietta alternativa che si ama cantando (sarà vero?) e, quindi, con magistrale intuito, si S-vende con una velocità e disinvoltura assoluta a un pubblico da “Ballo del Qua Qua”. Dopo questa canzone, la percezione della parola “cuore” diventa davvero di un piattume e di una ripetitività stancante. Avete fatto un capolavoro! Penso che, peggio, non ci sarebbe riuscito nessuno o, forse, Malgioglio…chissà.

DISTURBO. Questo siete.

Bene, ora vi lascio in compagnia di questi stup…endi personaggi mentre, io, serenamente, mi appropinquo a un ascolto pingue e pantagruelico per le mie orecchie. Scusate il “disturbo”….?

Io no.

Aku invisibilecomeunraggiodiluce

Concludo con tre grandissimi geni del suono e del potere delle parole:

Ah… probabilmente Rino G., il terzo genio qua sotto, è stato…diciamo così…”facilitato verso il passaggio all’altro mondo”…da qualcuno che se l’era presa per essere perculato in questa canzonetta. Eppure è così leggera, no? Erano tempi difficili, molto difficili; saltavano in aria anche i commissari di polizia e le stazioni.

Ne saluto due, di Rino. Ora probabilmente staranno cantando insieme. In pace, almeno lì.

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Indo&Vinello.

Un indovinello indipendente (indo) e carino, come il sorso di un buon vino (vinello).

Attitudine inversa – un libro, mille avventure, suoni e colori di vita.

…intanto ne approfitto per ringraziare altri nuovi lettori e lettrici che hanno creduto in me.

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Thanks to all the passengers.

Mi permetto, con questo breve articolo, di ringraziare chiunque sia passato di qua. Un pensiero a chi ha fatto un salto nel mio blog nel corso degli anni, a chi è rimasto un pò più vicino e a chi si è incuriosito anche solo per un attimo; oltre a chi si è sbagliato e ci è capitato per caso. In ogni maniera e comunque… grazie.

I would like, with this short article, to thank’s anyone who has stopped by here. A greatful thought for those who have visited my blog over the years, for those who have stayed a little closer and for those who have been curious, even just a moment; as well as for those who have made a mistake and meet me here only by chance.

Anyway and anyhow… Thanks a lot.

Thank’s to my american, chinese, german, english, spanish, canadian, estonian, portuguese, medio oriental, mexican, australian and “all over the world” virtual friends.

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Così è, se vi pare.

Non c’è torto più grande agli occhi di una persona che avere ragione, prima di lei, su qualcosa che la riguarda.

Avere una parte di verità su di lei, ma prima di lei. Paura! Scatena odio e rigetto.
Ecco una delle falle (e follie) principali dell’essere umano, perché questa situazione attiva i meccanismi difensivi della propria identità, quelli inconsci, quelli più forti e profondi: negazione, proiezione e conflitto.

Al contrario, in questa particolare dimensione “critica” si troverebbe una delle chiavi fondamentali per focalizzare la nostra identità nel mondo, nel rapporto tra pensiero e realtà. Entrambe queste dimensioni hanno diritto di esistere e dovrebbero essere il più possibile coincidenti, accordate nello stesso senso percettivo.
Purtroppo non è così: ogni essere umano è quasi sempre e quasi solo uno sputa sentenze; apre la bocca per valutare l’esterno (quando va bene, altrimenti il verbo giusto diventa “giudicare”) ma chiude le orecchie al feedback di ritorno verso il proprio interno, l’io.

Succede quindi che “chi consiglia e si fa consigliare”, “chi apre e si fa aprire”… rimane affogato in un mare di confusione e sfiducia altrui.

Quale credibilità ha, per farsi capire, una voce sana che parla la stessa lingua del malvagio? Quale altra lingua esiste tra gli uomini se non quella che essi parlano?
Come si può riconoscere una verità mescolata a miliardi di bugie?

Non si può, non più, non in questa epoca storica.
Troppo di tutto diventa tutto di niente.

Se non c’è volontà, ora, è impossibile.
La verità non emerge mai da sola.
La verità costa più di ogni altra cosa al mondo…costa la propria vita.

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F.C.D. Farmer Conceptual Design

Questa è una mordicchia da vacca, una morsa portatile per “stringere” e costringere animali al movimento. Retaggio di una realtà per noi difficile da capire, molto.

Immaginate di fare un salto all’indietro nel 1700, nel 1800 o inizio del ‘900 (per non dire prima!)… immaginate di essere al mercato del bestiame e di voler comprare una mucca, un vitello o addirittura un toro.

Fase ansiogena di contrattazione del prezzo, stretta di mano e… affare fatto!

Bene, avete la mucca. Purtroppo non ha ancora l’anello al naso… ovviamente siete dei poveri contadini che vivono in mezzo alla palude o nei campi scoscesi sui saliscendi di un colle, avete investito tutti i vostri miseri risparmi di una vita per prendervi questa benedetta vacca e, finalmente, un barlume di speranza per far sopravvivere vostra moglie e i vostri figli luccica davanti ai vostri occhi. Naturalmente siete arrivati a piedi al mercato, partendo all’alba e facendo diversi chilometri lungo sentieri sterrati e poco noti e, ora, senza più altri risparmi da parte… come lo portate a casa il vostro prezioso tesoro???

A spinta?

In spalla?

Chiedendole per favore di interessarsi a questa transazione che porta l’animale stesso sotto il controllo di un nuovo “responsabile”?

Con l’ipnosi regressiva? Trasformandosi improvvisamente in uno sciamano dotato di poteri occulti?

Ecco… se si voleva davvero essere sicuri di poter portarsi a casa quell’animale, senza perderlo per strada, senza metterci una settimana dormendo all’addiaccio con lui e indirizzandolo a casa a forza di calci in culo… ecco!

Questo era lo strumento giusto per il contadino di gusto: il mordicchio da vacca. Minima spesa e massima resa, in affitto anche per pochi talleri o bagattini.

Io me la sono immaginata dopo una giornata di duro lavoro: una mordicchia che, dopo essersi infilata nelle narici umidicce di una mucca per guidarla dove serviva, si prende il suo tempo e si riposa, fiera del lavoro svolto.

Si sdraia su un prato assolato e si rilassa, aspettando di essere infilata nel prossimo naso.

n.d.r. qua sotto le foto originali dell’oggetto in questione e, ovviamente, l’autore si astiene profondamente dal voler esprimere una sua posizione su quanto possa essere coercitivo forzare, comunque attraverso il dolore, un altro essere vivente. Anzi…vi dico cosa ne penso: dovremmo essere capaci di parlarci, con le mucche, e andarci mano nella coda, a casa! Forse non c’è mai stato tempo, voglia, interesse nel farlo; ai posteri l’ardua sentenza. Magari le A.I. comunicheranno direttamente con gli animali. MAGARI!

Aku_invisibilecomeunraggiodiluce

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Stacchiamo un pò: indovinello

Ho inventato un indovinello, semplice ma bello.

Non l’avevo mai sentito, gli ho dato forma da solo mentre pensavo a cose mie…
ovviamente tra qualche tempo la riposta a questo giochetto non la conoscerà più nessuno.
I tempi cambiano e, prima che scompaia del tutto, lo lascio a chi gli piace.

Sai qual’è il gruppo musicale preferito di un architetto?


……

………

……………….

The Doors.

… e se volete, rifatevi le orecchie con un gran bel pezzo.