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Primo principio: salute.

Basta la salute, si: mentale.

Quante volte abbiamo sentito affermare lo (s)confortante motto: “Basta la salute!“. Purtroppo, però, questa dichiarazione pecca di una specifica importante, manca nella sua discriminante fondamentale.

La salute è, prima di tutto, mentale.

Pensateci bene… come si può apprezzare qualcosa (qualsiasi cosa) senza una mente sana, senza un pensiero che attribuisca alla “cosa”, all’ “oggetto” in questione, il giusto il valore che merita?

Tutto parte da qua. Anche in un momento di malattia a livello fisico è sempre la percezione mentale del soggetto a fare la differenza; è la sua salute mentale che ne determina la capacità di affrontare e accettare una patologia fisica e, quindi, dare il meglio possibile (prima di tutto a sé stesso), pur essendo limitato da questo deficit. Solo un cervello sano può affrontare questo stato delle cose in maniera funzionale e costruttiva.

Cerco di farla ancora più semplice: quante possibilità perdute e procrastinate stampate addosso ai nostri cari, ai colleghi e gli amici, agli estranei che incrociamo con lo sguardo in strada e, soprattutto, in noi?

Cosa ci manca? Valorizzare ciò che si possiede invece di desiderare tutto ciò che non si ha. In questa prospettiva sono molto più importanti le domande, non le risposte.

Come può una persona ansiosa, ingrata o perennemente in affanno godere di tutto ciò che la sua salute fisica gli offre?

Come può una persona anaffettiva, vittimista o egocentrica riuscire a sviluppare le potenzialità che a livello puramente biologico le vengono offerte?

Non siamo forse circondati da individui che continuano a lamentarsi di tutte le mancanze che li circondano per poi, in un assurdo paradosso, crogiolarsi nella loro inerzia, esclamando a scusante dei loro continui disagi: “Basta la salute!“.

Ecco… chi lo dice più spesso è proprio chi ne ha capito meno il senso.

Basta la salute… mentale! Per valorizzare tutto ciò che abbiamo in equilibrio tra ego e realtà; per non perdersi in un bicchier d’acqua.

La salute e la chiarezza mentale per nutrirsi della vera vita, in uno scambio reciproco tra ciò che vogliamo ricevere e ciò che sappiamo offrire; così la vita si potrà riempire di noi, noi di lei.

Oltre il semplice meccanismo di uso e abuso, agito solo per colmare (e calmare) il nostro implicito vuoto interiore, c’è qualcosa di più… fuori e dentro di te.

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Terzo principio: colori.

Tra il bianco e il nero non ci sono le sfumature di grigio, bensì tutti i colori del mondo.

E’ interessante riflettere sulle semplificazioni che la mente umana produce, le sue false percezioni e credenze; il nostro pensiero cerca di facilitarsi il compito.

La comprensione delle cose, invece, richiede flessibilità e accuratezza, un impegno da prendere più seriamente e svolgere in maniera precisa, con una particolare attenzione alle “sfumature”.

A tal proposito è comune sentire spesso questa affermazione, declinata in diverse versioni: “Io sono o bianco o nero, non ho mezze misure. Non mi interessa il grigio che sta in mezzo, intermedio e indefinito”.

In questa sentenza, così facile da pronunciare e così “rassicurante” nella sua assurda semplificazione, risiede tutto il nostro pressapochismo. Escludiamo le “sfumature”, appunto; diamo loro un connotato di banalità e di mancato raggiungimento dell’intensità voluta ma, come spesso accade, stiamo solo usando pezzi di realtà a nostro esclusivo vantaggio.

Il grigio non esiste come intervallo tra il bianco e il nero; non è ciò che sta tra il totale respingimento della luce (bianco) e il suo totale assorbimento (nero): esso è la somma della loro presenza contemporanea (mischiati in una percentuale ben specifica, a seconda della sua intensità). I toni e le sfumature di grigio SONO il bianco e il nero, uniti e mescolati tra loro.

Così è esattamente come facciamo noi esseri umani… mischiamo decisioni assolutiste, bianche o nere, illudendoci di evitare il grigiume; invece, adottando questo comportamento, andiamo semplicemente a sommare e mescolare tra loro questi due poli opposti, creando noi stessi proprio ciò che volevamo evitare a tutti i costi: i toni di grigio. Paradosso.

Se fossimo meno egocentrici ed egoriferiti, forse potremmo aprire la nostra testolina e, con umiltà, accettare alcune semplici verità.

Tra il bianco e il nero c’è grigio, il grigio è la loro compresenza; quello che esiste tra di loro è molto più bello, è tutto ciò che serve alla vita: COLORE!

Tra il bianco e il nero esistono tutti i colori del mondo.

Quante nuove possibilità si aprono, ai nostri occhi, davanti a questa visione. Capire e accettare che ogni scelta è sempre un compromesso… che nel rapporto con la realtà dobbiamo vibrare in consonanza con i toni che ci circondano.

Solo in questo modo potremmo nutrirci di ciò che siamo e di ciò che “è”: entrare nei colori che ci appartengono e, in essi, dipingere il quadro della nostra vita.

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Scusate il disturbo?

Piccola e leggera riflessione sul significato di “musica” oggi, ora.

Le “canzoni” (?) che, da un pò di tempo a questa parte, le industrie discografiche ci propinano come musica, sono davvero inquietanti nei loro significati, messaggi e strutture offerti agli ascoltatori.

Oggi le tematiche sono inesistenti, si cavalca un impulso adolescenziale, senza alcuna continuità narrativa o elementi tecnici di rilievo. Queste canzonette raccontano semplicemente di istanti, frammenti di emozioni impossibili.
Illusioni: cotte & mangiate, digerite ed espulse; fast food di note e armonie, qualità inesistente.
Sono scritte, composte e prodotte per un pubblico sempre più giovane, ai limiti dell’infanzia. Una scelta scientifica, studiata a tavolino.

Le melodie e le parole della canzoni da sempre raccontano le stesse dinamiche: amori incredibilmente fantastici, unici, ai limiti del Divino e, all’altro lato, delusioni e sofferenze indicibili per l’affetto perduto, così tanto dolore da strapparsi il cuore, niente ha più valore. Entrambe le visioni sono ovviamente estremizzate ma, prima, erano emozioni inserite in una storia, una narrazione di un percorso di vita; era presente un minimo di consapevolezza esistenziale. In più esistevano gruppi musicali impegnati, di denuncia sociale o semplice story-telling della società, dei suoi usi e costumi, nei suoi aspetti più vari. Ora no.

Ora sono impulsi privi di qualsiasi qualità ritmica, melodica o semantica; la stessa canzone è una struttura effimera, un istante di illusione irreale.
Questo è ciò che ora chiamano “musica”, ormai incapaci di un vero ascolto discriminante. I brani durano massimo tre minuti ed è un continuo sbalzo di emozioni e sentimenti, le luci e gli effetti scenici aiutano a inibire l’ascolto consapevole e tutto si trasforma in una apparizione onirica e decontestualizzata.
L’immagine iconica del o della “cantante” si è trasformata in una figura di puro intrattenimento.
All’altro anello della catena si trova il motivo di tutto ciò.

Chi intrattengono davvero queste nuove musichette?
I tredicenni e le undicenni con, ovviamente, genitori al seguito. Mamme e papà contenti di vedere i loro piccoli adulti del futuro cantare le strofe di Sesso e Samba, sbraitare con esplosioni e deliri di onnipotenza o annichilimento assoluto seguendo le vibrazioni dell’auto-tune di Rocco Hunt o la struggente voce di Annalisa.
I nuovi artisti (?), salvo sempre più rare eccezioni, si presentano alla scena musicale con un repertorio che, fondamentalmente, si rivolgere a fasce di età sempre più basse e parla con loro di tematiche da eterni diciottenni, irreali per quella fascia d’età. L’obbiettivo è sperare di portarsi dietro alcuni “piccoli fans”, appunto, per almeno cinque anni, finché, visto il tipo di crescita esponenziale e senza consapevolezza, ormai diciassettenni, questi stessi ragazzini abbandoneranno i loro primi falsi idoli per rivolgersi, con lo stesso PREMATURO atteggiamento, al mondo dei trentenni. Ne copieranno i vizi e le peggiori perversioni.

I cantanti più fortunati si porteranno dietro un piccolo pubblico che crescerà con loro, fino forse ai venticinque, trent’anni e, poi, con lavoro, casa, famiglia, figli e debiti…tanti saluti. Oppure riusciranno ad entrare nell’olimpo degli eterni, come il Gianni nazionale e l’Orietta Berti, ce li ritroveremo a novant’anni con impianti cibernetici per stabilizzare le perdite urinarie sul palco e avere una deambulazione ancora decente. Già lo vedo… un 2087 dove Gabry Ponte ci suona ancora, con il suo famosissimo playabck, W L’ItaGlia. Ottimo! E noi? Messi peggio di prima.

Bignamizzo: i cantanti e i musicisti erano famosi, e lo sono sempre stati, per un pubblico adulto, dai 20 in su. Un pubblico capace, un minimo, di scegliere; non di seguire ciecamente rassicurazioni artefatte, indotte e studiate a regola d’arte per catturare il desiderio dell’assoluto, del tutto… del nulla. Come dico spesso ma mai troppo: illusioni. Ora i cantanti più famosi, più ricchi e commercialmente spendibili sono quelli che catturano le voglie dei PRE adolescenti. Sbaglio?

Poi si chiede a questi stessi ragazzi di essere educati, rispettosi del loro corpo, del corpo altrui (trattato come merce nelle canzoni, imparate a memoria e che attivano le parti più piacevoli e intense del loro cervello ancora in evoluzione) e dei pensieri. Devono essere capaci di impegnarsi nei doveri con passione, perseveranza, pazienza e tenacia e, intanto, li si nutre a Sesso e Samba. Stimoli convulsi di un atteggiamento opposto a quello che si desidera cresca in loro. Ottimo, perfetto, ci sta, coerente.

O no?

La musica, un tempo veicolo di storie, realtà e sogni, ora è puramente un mezzo di rincoglionimento di massa. Questo tipo di suoni non sviluppa alcuna potenzialità, anzi, atrofizza selettivamente capacità e qualità molto più raffinate ed eleganti che l’essere umano possiede. Ora vince la “leggerezza” che, veloce come arriva, veloce se ne va. Niente ha più senso, in quanto privato di una continuità che lo inserisca in un processo di consapevolezza e, qui, la musica che ci buttano addosso ha un ruolo fondamentale: nei momenti che dovrebbero essere di serenità e crescita personale siamo indotti, semplicemente, a corrispondere come automi a impulsi improvvisi, estremizzati e disconnessi dal contesto.

La musica di oggi è come un selfie sullo smartphone: entrambi falsi.

Una menzione particolare ai Coma Cose che sono riusciti a banalizzare anche la parola “cuore”. La loro canzone è un perfetto esempio di trentenni che, pur di non tornare a lavorare dopo aver azzeccato qualcosa di buono, si ritrova senza più idee se non l’immagine di una coppietta alternativa che si ama cantando (sarà vero?) e, quindi, con magistrale intuito, si S-vende con una velocità e disinvoltura assoluta a un pubblico da “Ballo del Qua Qua”. Dopo questa canzone, la percezione della parola “cuore” diventa davvero di un piattume e di una ripetitività stancante. Avete fatto un capolavoro! Penso che, peggio, non ci sarebbe riuscito nessuno o, forse, Malgioglio…chissà.

DISTURBO. Questo siete.

Bene, ora vi lascio in compagnia di questi stup…endi personaggi mentre, io, serenamente, mi appropinquo a un ascolto pingue e pantagruelico per le mie orecchie. Scusate il “disturbo”….?

Io no.

Aku invisibilecomeunraggiodiluce

Concludo con tre grandissimi geni del suono e del potere delle parole:

Ah… probabilmente Rino G., il terzo genio qua sotto, è stato…diciamo così…”facilitato verso il passaggio all’altro mondo”…da qualcuno che se l’era presa per essere perculato in questa canzonetta. Eppure è così leggera, no? Erano tempi difficili, molto difficili; saltavano in aria anche i commissari di polizia e le stazioni.

Ne saluto due, di Rino. Ora probabilmente staranno cantando insieme. In pace, almeno lì.

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Frequency overdose.

Anche noi abbiamo un’antenna; noi “siamo” un’antenna. Emettitori e ricevitori multisensoriali ma, purtroppo, il nostro senso più importante, il “Senso di noi”, è sepolto molto in profondità, troppo.

Alcuni lo chiamano sesto senso, altri intuito, quasi tutti la chiamano “coscienza”. Si manifesta in precisi attimi, specifici momenti della nostra esistenza in cui percepiamo il nostro sé come dentro una scatola (il corpo), circondato da strutture invisibili (i pensieri) che, come recinti insuperabili, gli impediscono di uscire davvero, di essere libero nel mondo.

Il nostro “senso di essere”, su cui basiamo la responsabilità di darci, appunto, un motivo per vivere un altro giorno ancora, è troppo sottovalutato. Mente e corpo prendono facile possesso di ogni esistenza, se non si capisce lo schema.

Non è forse verso che i principali obbiettivi delle persone sono legati alla soddisfazione dei loro piaceri mentali o fisici? A volte ci illudiamo di essere “la Mente”, facendo sì che la visione della nostra vita e le nostre emozioni vengano realizzate attraverso le capacità razionali, di pensiero e di calcolo; ogni cosa ha un valore, è un gioco di pesi e contrappesi su un’eterna bilancia di valutazione, mai in pari. Altre volte ci chiudiamo nel “Corpo” e vogliamo essere ciò che appare, essere solo ciò che si vede di noi da fuori, dall’esterno; così possiamo gestire la nostra identità come fosse un oggetto da abbellire con i migliori orpelli che ci possiamo permettere e, ottenendo accettazione dagli altri, raggiungiamo il nostro obbiettivo.

A volte siamo schiavi di entrambe le due entità e pensiamo, erroneamente, di essere anche migliori degli altri: mente sana in corpo sano, giusto?

In parte.

Mente sana e corpo sano, certo ma… su quale modello di riferimento?

L’unica cosa su cui ci si può affidare davvero diventa sempre e solo una: la coscienza, il sé. O ci si affida ad altri (ma su quali basi gli “altri” sono effettivamente dotati di qualità migliori delle nostre?) o rimane solo una cosa: l’Anima.

Lo schema di vita, l’unico schema di vita possibile è questo: Anima; al top, in alto, cui seguono mente e corpo, come i vertici della base su cui la nostra Coscienza dovrebbe (deve) contare. Il Picco si manifesta solo attraverso una solida base, altrimenti la costruzione crolla e implode.

Lascio qua un piccolo consiglio se qualcuno avesse voglia di cercare la propria Coscienza, la propria Anima.

Sapete dov’è?

Non si trova tanto lontano… è dentro una piccola ghianda!!!

Una ghiandolina ghiandolosamente ghiandolosa che sta nella nostra testolina matta, ben protetta, al centro di tutto. La connessione tra cervello e spina dorsale; è il nucleo attorno al quale l’esistenza si sviluppa nella sua complessità. Questa ghianda, “la ghiandola” per eccellenza, stimola la ramificazione neuronale e dal suo nucleo si genera ogni altra parte di noi. Pineal Gland: l’unione tra mente e corpo. Ciò che è prima di essi, ciò che è oltre la loro semplice sommatoria; ciò a cui essi dovrebbero sottostare, inchinandosi alla sua prioritaria esistenza.

Ecco qua un breve recap:

https://www.youtube.com/watch?v=tu9azy9Mh_c

Immagini delle formazioni cristalline che ricoprono la superficie della ghiandola pineale:

Abbiamo inondato il mondo di frequenze artificiali, di informazioni ininterrotte e stimoli inarrestabili, infiniti, che corrodono le carni e i pensieri.
E’ ciò che vogliono… confusione continua e perenne incertezza.

Sto solo, proprio per questo. Cerco di fare le mie cose, che sono sensate, che sono sensibili. Delicatissime, ma non deboli; piene di curiosità, voglia di condividere e unicità.

Spero di incontrare un giorno una persona che mi Ami per questo e, necessariamente, che io senta per lei lo stesso senso di protezione e coinvolgimento che ho sentito solo una volta durante la mia vita. Deve vedermi davvero per quello che sono, che non si spaventi di tutta la piacevolissima libertà che porto con me; io la vorrei offrire e condividere e, quindi, “con-vivere” ma… in questa confusione di stimoli insensati, alla fine risulto non idoneo e controcorrente.

Non “cerco” niente, non devo “trovare” niente, non è una caccia al tesoro.

Piuttosto, come antenna, rimango in attesa di una sintonizzazione di frequenze.
Ora mi metto a fare ciò che avevo in mente e, una volta visualizzato il modo, non resta che camminare lungo il percorso.
Andrà come deve andare.

Ho deciso una cosa…
ora userò il blog per qualche canzone. Ogni tanto ne scriverò una e, se ti piace… mettila tu in musica; o trova una persona che abbia piacere a farlo.
Le appoggio qua e, se a qualcuno interessano (ne prenda una o cinque), sono sue.

Metterò l’Anima e la ghiandola pineale in ogni canzone che scriverò, promesso! 😉

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Vivere punti di vista.

Con gli occhi proiettiamo la nostra identità all’esterno.


Aggrappiamo la percezione delle nostre emozioni, della nostra profonda identità alle “immagini di risposta” che riceviamo da fuori, dal mondo che ci risponde. La parte visiva della realtà ha preso il sopravvento sugli altri sensi; ciò che vediamo influenza, a cascata, ciò che ascoltiamo, odoriamo, tocchiamo, pensiamo…
I nostri occhi, trasportati dalle meraviglie del mondo, guidano illusoriamente tutti gli altri sensi che, come agnelli sacrificali, seguono lo scintillio con cui le cose ci appaiono. Una scintilla che parla di vita, del desiderio di trovare qualcosa per noi; fatto apposta per noi.
Trovare quel qualcosa che non tradisca, che non scompaia, che non reagisca alle nostre imperfezioni e accetti ogni cosa secondo il “nostro” flusso.
Purtroppo quella “cosa”, quella magica esistenza ed essenza purificatrice può abitare dentro di noi solo a tratti, istanti… momenti che vorremmo durasse in eterno. Non si può: ogni cosa al di fuori di noi “è” e “rimane” all’esterno, risulta impossibile inglobare ciò che non ci appartiene in una fusione totale e senza fine. Non si può, non in questa dimensione di vita.
Esistono, però, persone e situazioni che sono in grado di regalare questa magia, questo stato divino di piena presenza e contemporanea assenza delle identità, fuse in una condizione di assoluta e perfetta imperfezione ma… (nella vita, quella vera, c’è sempre un “ma”) nella loro umanità possono farlo solo a momenti.


Il resto, invece, sono solo estenuanti corse; affannosi percorsi ad ostacoli, sbavando dietro a ciò che i nostri occhi hanno bisogno di vedere, dietro l’illusione di sagome e profili gradevoli, per non guardare dentro di sé.

Dovremmo, seppur con fatica, cercare di invertire lo sguardo all’interno: una piccola parte del tempo che impieghiamo a “guardare” fuori, dovremmo investirla a guardarci dentro.
Devo trovare prima di tutto me stesso, riempiere ciò che sono di me.
Senza narcisismo o presunzione, senza cadere nel vittimismo e nella bassa autostima: equilibrio, equilibrio nel paradosso.
E’ l’unica possibilità di presentarmi al mondo senza illudermi che esso dovrà darmi ciò che merito.

Tu sei mai stato creduto?

Intendo creduto davvero, con quella fiducia che non viene dal risultato che porterai, ma dall’essere visto nella tua pura intenzione.

A me non mi ha mai creduto nessuno; mai in quel modo, mai appieno; in genere vengo creduto fin dove arrivano i limiti della persona che mi vede e solo se dimostro un risultato a lei comprensibile.
Tutti noi addormentandoci sentiamo che siamo soli, troppo spesso soli.
Chi riesce a regalarci momenti di vera compagnia andrebbe tenuto stretto.
Compagnia non significa solo tempo e cose fatte insieme; significa la qualità con la quale queste cose erano, sono e saranno fatte: con una vera intenzione di cura e benessere. Compagnia significa essere reciprocamente creduti per ciò che si è.

Ci hanno cancellato la memoria, miliardi di stimoli: persone, facce, parole… troppo di tutto.
Rimanere nel silenzio da soli sembra una follia, i nostri occhi cercano di aggrapparsi a qualcosa che si muove, che “anima” il nulla che ci compenetra.
Ma ogni tentativo è vano, illusorio, non rimane.
E ripartiamo da capo.

Solo quando saremo capaci di riornare all’accettazione di una condizione di accurata selezione degli stimoli, solo allora troveremo ciò che cerchiamo.
Solo allora inizieremo a vedere davvero.

Purtroppo la risposta inconscia è sempre una: negare.
Ci aggrappiamo alle necessità e ai doveri, a ciò che è obbligo e non “scelta”.


A mio parere, per scegliere, è fondamentale spostarsi su due campi, queste due dimensioni sviluppano senso di identità e di scelta: arte e relazione; relazioni artistiche. Dove con arte si intende il significato più puro che assume questa parola: esprimere se stessi.
Tutto è Arte: anche chiudere uno sportello della macchina può esserlo, se magari, nel farlo, vogliamo stimolare una reazione divertita di chi ci sta accanto e, quindi, chiudendolo con una piroetta, un demi-plié e un inchino fatti con eleganza e ironia, possiamo regalare all’altra persona qualcosa di unico, non comprato ma bensì pensato. Sentito, agito. L’unione tra il dovere e il piacere; una vera dedica, qualcosa di proprio, irripetibile.

Ci aggrappiamo a mostrare la nostra identità attraverso il controllo delle dimensioni del “dovere”, che si trovano nella famiglia, nel lavoro e nei rapporti sociali.
Dovere. Dover dimostrare di essere all’altezza, di essere bravi, di essere belli e buoni: sempre e tutto insieme! Facendo i conti con mille opinioni diverse; pareri, consigli e giudizi di persone che, spesso, non hanno un reale interesse per noi, se non per quello che siamo a loro utili; dotati di una sensibilità empatica pari a quella di un batterio intestinale.

Rimaniamo in balia del mare di persone e cose in cui siamo dispersi e facciamo una fatica bestia a dire a noi stessi: “Basta, cazzo, datti una calmata! Non sarà tempo perso, anzi; il tempo diventerà flessibile e mi darà spazio perché, finalmente, me lo sto dando io stesso”.
Impossibile. Sembriamo programmati per negare ciò che ci fa bene.
Scappiamo dalla serenità, scappiamo dalla crescita graduale.
Gli adulti sono i peggiori bambini: mantengono la parte pretenziosa e pretendono di saper fare tutto subito; se non riescono allora schifano quella cosa.
La parte infantile sana, quella di ricordarsi che si impara da qualsiasi cosa, quella che curiosamente cresce ed evolve giorno per giorno… l’abbiamo dimenticata, lasciata andare.
Ovvio, visto che ce l’hanno fatta vivere come obbligo, come “dovere”; ritorniamo al concetto di prima. Non c’è rimasto niente di questa fase di crescita e apprendimento.
Non abbiamo preso il bello di crescere, ma solo il senso di pesantezza e obbligo.

Cosa rimane?
Cosa rimane, quindi?

Esistono al mondo, forse, una manciata di persone adatte a noi che capiscono questo. Forse…
Ma prima di tutto dobbiamo capirlo noi, non l’eventuale persona che ci sta vicino.

La felicità è nulla, se non è condivisa… non autoprodotta né comprata.

Gli aperitivi, il mare, le vacanze, i viaggi…arriva tutto.
Ma senza questo livello di consapevolezza rimane davvero poco, forse nulla.

La quantità copre ma solo la qualità realizza.

Non stiamo vedendo niente, se guardiamo solo con gli occhi.

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In cosa credi?

Se vivrete per qualcosa di superiore a voi, per qualcosa oltre voi stessi…

…se capirete che una parte dell’identità di ogni essere si trova nel dare, non solo nel ricevere…e che in quel “dare” risiede il Divino, indipendentemente da religione, etnia o cultura a cui si appartiene… allora verrete protetti da ciò che pensate sia Vero.

Perché sentirete oltre il vostro ego. Finalmente avrete trovato qualcosa di più grande, più importante in cui Credere. Si apriranno le porte dell’Eterno e dell’Infinito.

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Profezia che si avvera

Quale è stata la prima cosa che hai pensato sarebbe successa iniziando un percorso, un progetto, una nuova avventura? Come hai visualizzato che sarebbe andata a finire?

Attenzione! Cancella subito quella prima sentenza se non vuoi che diventi la pietra angolare del tuo dubbio o il macigno che che schiaccerà le tue certezze; il basamento su cui ergi il monumento alla tua impressione. La tua profezia si avvererà.

Solo stando nell’indefinito si può capire cosa serve e bisogna definire. Non lo dico io, non lo affermo in base a una mia idea… la negazione e i meccanismi di proiezione auto-riferiti sono le nostre difese più utilizzate.

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Linee, forme, materia.

Amore per il disegno a parte, lungo un tratto del mio percorso mi sono già dedicato allo studio delle forme, del gusto e della materia. Qualcosa di più dettagliato potete trovarlo nel mio racconto autobiografico, Attitudine inversa. Ora, però, non si parla di quello che sono stato, tutt’altro, ma di ciò che sarà: il recupero di qualche competenza passata per aprirmi a scoprire un nuovo modo di esprimermi. Concreto, palpabile… materico.

Qua alcuni lavoretti per la gioielleria, realizzati con la modellazione 3D, qualche idea che avevo pensato mentre mi trovavo “perso in Persia”, “arrabbiato in Arabia” e “pieno di dubbi in Dubai”.

n.d.r. E’ un gioco di parole ma è vero! Ero in Iran e Kuwait, vivevo lì e lavoravo come designer e tecnico orafo. (2005-2008). Tutto finì proprio perché mi sentii smarrito (Iran) e nervoso (Kuwait), mentre i dubbi di Dubai furono così brevi che non influirono più di tanto sulla mia decisione, ci passai appena tre giorni.

Sotto altri miei modelli, tra cui un anello da mignolo per uomo e un pendente per catenella a forma di scarpa col tacco, un piccolo tributo dedicato all’eleganza femminile.

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Tu vò fà l’americano: landing in U.S.A.!

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Parigi Dakar & il mio sound

Ringrazio di cuore la giornalista Maria Guidotti, inviata per la Gazzetta dello Sport alla Parigi Dakar 2025, per aver usato una delle mie musiche nel suo evocativo video short che racconta il backstage di questa corsa leggendaria, terminata pochi giorni fa. Una melodia onirica, quasi a dipingere un tramonto desertico; le mie percussioni e lo splendido sax (ovviamente del mio caro amico Marco, ai tempi del nostro elegante duo AperiStyle) vibrano su sfumature che si abbinano perfettamente alle meravigliose immagini di questo piccolo pezzo di storia del rally.