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Il tutto è nel vuoto.

L’essere umano non crea niente.

L’uomo trasforma la materia: dà suono al silenzio, forma allo spazio vuoto. Realizza ciò che è già esistente “in potenza”: all’interno del nulla si trova il tutto.

Ciò che noi facciamo è trasformare, visualizzare e materializzare oggetti concreti e oggetti concettuali, di pensiero.

Ad esempio il linguaggio, le lingue parlate nel mondo, sono solo alcune combinazioni tra gli infiniti linguaggi possibili da “scoprire” e poter usare, solo alcune tra le tante espressioni sonore condivise tra un gruppo di persone per poter descrivere la realtà e vivere in essa. Allo stesso modo una forma materica viene realizzata trovandola nel pieno di qualcosa da scavare, o nel vuoto di qualcosa da riempire. In tutto questo, però, la Creazione è un’altra cosa; fuori dal nostro controllo e potere.

Siamo canali, canali in cui fluisce la Forza della Creazione. Più il canale è limpido e più cose interessanti ci possono passare attraverso e, così, realizzarsi nello spazio e vivere nel tempo. Se ci si sposta da una visione egocentrica si può obbiettivamente ammettere come il nostro ruolo sia questo, non certo quello di essere i “creatori” di qualcosa, piuttosto “esploratori”, “ricercatori”, “scopritori” e “traduttori” della vita. Abbiamo la possibilità di godere del nostro viaggio, proprio andando alla ricerca dei meravigliosi tesori nascosti tra le magiche pieghe dell’esistenza, nelle infinte rappresentazioni della materia e dell’energia dell’invisibile, dando concretezza a ciò che era ancora celato ai nostri occhi.

n.d.r. lascio tre chicche, tre riferimenti di nicchia di mie illustri mentori; per chi volesse fare un giretto “dentro” qualcosa di interessante…

1 – Noam Chomsky e la sua visione sui rapporti tra suono, linguaggio e realtà.

2 – John Cage e la sua famosissima 4′ 33”

3 – René Magritte con la splendida “Ceci n’est pas une pipe” e il surrealismo della “rappresentazione” delle forme (ricordatevi che è belga, non francese).

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Esiste, oltre la vista.

Quante volte da bambini ci hanno insegnato a disegnare o, semplicemente, ci abbiamo provato da soli… per vedere se eravamo capaci di racchiudere la realtà su un foglio di carta e, magari, riuscire anche a ri-disegnarla un pò più magica e bella di quella che era.

Tra i soggetti più comuni, ricorrenti nel disegno libero, troviamo sicuramente gli alberi. Viene quasi naturale stilizzare la forma di questi maestosi giganti che, ancor più da bambini, evocano un senso di forza e stabilità attraverso i loro robusti tronchi; mentre le fronde, con le loro chiome vive e vivaci, rivolte in perenne abbraccio del cielo, ci rimandano al mondo dell’aria, delle nuvole e della libertà.

Normalmente il risultato del nostro disegno rispecchia ciò che vediamo e, soprattutto, ciò che pensiamo di sapere. Subentra (come sempre in agguato) la pericolosità dell’essere umano, abile nel suo considerare importante solo ciò che può immediatamente verificare.

I risultati sono simili a queste due immagini qua sotto ma, a mio parere, esse non corrispondono davvero al disegno di un albero.

Manca qualcosa in questi disegni.

Non si è pensato di disegnare un albero piantato per terra, in un prato o in un determinato contesto ma, semplicemente, un albero, nudo e crudo: gli manca davvero qualcosa. Manca metà dell’albero stesso.

Manca la base.

Le sue radici.

Ogni vegetale (alberi, fiori, piante…) presenta una componente nascosta alla vista umana ma essenziale alla sua esistenza; è la parte da cui ha origine la sua stessa vita.

Le radici sono vaste e diffuse quanto i tronchi e il fogliame posti alla sommità, a volte anche di più. Nel “mondo di sotto”, questa immensa rete di ramificazioni, che si sviluppa in filamenti sempre più sottili, è il vero centro di comunicazione della pianta stessa con il mondo. I vegetali si parlano tramite le loro radici, rilasciano sostanze chimiche per far capire ad altre piante di aver bisogno di determinati nutrienti o per informare lungo quale direzione sviluppare i propri terminali per arrivare a zone umide e fertili, funzionali alla loro sopravvivenza. Collaborano e competono tra di loro in un perenne scambio di sostanze e informazioni.

Ricorda un pò come trattiamo anche noi stessi, no? Come l’individuo volge il suo limitato sguardo verso il sè e gli altri: pronto a valutare, descrivere e voler capire tutto ciò che è visibile; dimenticando spesso, però, il fondamentale collegamento che il visibile ha con ciò che “vedere non si può”.

Per questo, se ne avete voglia, ogni tanto, pensate e disegnate il vostro albero così, intero… fino alle profonde radici del suo essere. Molto più bello e vero, no?

Attitudine inversa. Alla radice delle cose.

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Scusate il disturbo?

Piccola e leggera riflessione sul significato di “musica” oggi, ora.

Le “canzoni” (?) che, da un pò di tempo a questa parte, le industrie discografiche ci propinano come musica, sono davvero inquietanti nei loro significati, messaggi e strutture offerti agli ascoltatori.

Oggi le tematiche sono inesistenti, si cavalca un impulso adolescenziale, senza alcuna continuità narrativa o elementi tecnici di rilievo. Queste canzonette raccontano semplicemente di istanti, frammenti di emozioni impossibili.
Illusioni: cotte & mangiate, digerite ed espulse; fast food di note e armonie, qualità inesistente.
Sono scritte, composte e prodotte per un pubblico sempre più giovane, ai limiti dell’infanzia. Una scelta scientifica, studiata a tavolino.

Le melodie e le parole della canzoni da sempre raccontano le stesse dinamiche: amori incredibilmente fantastici, unici, ai limiti del Divino e, all’altro lato, delusioni e sofferenze indicibili per l’affetto perduto, così tanto dolore da strapparsi il cuore, niente ha più valore. Entrambe le visioni sono ovviamente estremizzate ma, prima, erano emozioni inserite in una storia, una narrazione di un percorso di vita; era presente un minimo di consapevolezza esistenziale. In più esistevano gruppi musicali impegnati, di denuncia sociale o semplice story-telling della società, dei suoi usi e costumi, nei suoi aspetti più vari. Ora no.

Ora sono impulsi privi di qualsiasi qualità ritmica, melodica o semantica; la stessa canzone è una struttura effimera, un istante di illusione irreale.
Questo è ciò che ora chiamano “musica”, ormai incapaci di un vero ascolto discriminante. I brani durano massimo tre minuti ed è un continuo sbalzo di emozioni e sentimenti, le luci e gli effetti scenici aiutano a inibire l’ascolto consapevole e tutto si trasforma in una apparizione onirica e decontestualizzata.
L’immagine iconica del o della “cantante” si è trasformata in una figura di puro intrattenimento.
All’altro anello della catena si trova il motivo di tutto ciò.

Chi intrattengono davvero queste nuove musichette?
I tredicenni e le undicenni con, ovviamente, genitori al seguito. Mamme e papà contenti di vedere i loro piccoli adulti del futuro cantare le strofe di Sesso e Samba, sbraitare con esplosioni e deliri di onnipotenza o annichilimento assoluto seguendo le vibrazioni dell’auto-tune di Rocco Hunt o la struggente voce di Annalisa.
I nuovi artisti (?), salvo sempre più rare eccezioni, si presentano alla scena musicale con un repertorio che, fondamentalmente, si rivolgere a fasce di età sempre più basse e parla con loro di tematiche da eterni diciottenni, irreali per quella fascia d’età. L’obbiettivo è sperare di portarsi dietro alcuni “piccoli fans”, appunto, per almeno cinque anni, finché, visto il tipo di crescita esponenziale e senza consapevolezza, ormai diciassettenni, questi stessi ragazzini abbandoneranno i loro primi falsi idoli per rivolgersi, con lo stesso PREMATURO atteggiamento, al mondo dei trentenni. Ne copieranno i vizi e le peggiori perversioni.

I cantanti più fortunati si porteranno dietro un piccolo pubblico che crescerà con loro, fino forse ai venticinque, trent’anni e, poi, con lavoro, casa, famiglia, figli e debiti…tanti saluti. Oppure riusciranno ad entrare nell’olimpo degli eterni, come il Gianni nazionale e l’Orietta Berti, ce li ritroveremo a novant’anni con impianti cibernetici per stabilizzare le perdite urinarie sul palco e avere una deambulazione ancora decente. Già lo vedo… un 2087 dove Gabry Ponte ci suona ancora, con il suo famosissimo playabck, W L’ItaGlia. Ottimo! E noi? Messi peggio di prima.

Bignamizzo: i cantanti e i musicisti erano famosi, e lo sono sempre stati, per un pubblico adulto, dai 20 in su. Un pubblico capace, un minimo, di scegliere; non di seguire ciecamente rassicurazioni artefatte, indotte e studiate a regola d’arte per catturare il desiderio dell’assoluto, del tutto… del nulla. Come dico spesso ma mai troppo: illusioni. Ora i cantanti più famosi, più ricchi e commercialmente spendibili sono quelli che catturano le voglie dei PRE adolescenti. Sbaglio?

Poi si chiede a questi stessi ragazzi di essere educati, rispettosi del loro corpo, del corpo altrui (trattato come merce nelle canzoni, imparate a memoria e che attivano le parti più piacevoli e intense del loro cervello ancora in evoluzione) e dei pensieri. Devono essere capaci di impegnarsi nei doveri con passione, perseveranza, pazienza e tenacia e, intanto, li si nutre a Sesso e Samba. Stimoli convulsi di un atteggiamento opposto a quello che si desidera cresca in loro. Ottimo, perfetto, ci sta, coerente.

O no?

La musica, un tempo veicolo di storie, realtà e sogni, ora è puramente un mezzo di rincoglionimento di massa. Questo tipo di suoni non sviluppa alcuna potenzialità, anzi, atrofizza selettivamente capacità e qualità molto più raffinate ed eleganti che l’essere umano possiede. Ora vince la “leggerezza” che, veloce come arriva, veloce se ne va. Niente ha più senso, in quanto privato di una continuità che lo inserisca in un processo di consapevolezza e, qui, la musica che ci buttano addosso ha un ruolo fondamentale: nei momenti che dovrebbero essere di serenità e crescita personale siamo indotti, semplicemente, a corrispondere come automi a impulsi improvvisi, estremizzati e disconnessi dal contesto.

La musica di oggi è come un selfie sullo smartphone: entrambi falsi.

Una menzione particolare ai Coma Cose che sono riusciti a banalizzare anche la parola “cuore”. La loro canzone è un perfetto esempio di trentenni che, pur di non tornare a lavorare dopo aver azzeccato qualcosa di buono, si ritrova senza più idee se non l’immagine di una coppietta alternativa che si ama cantando (sarà vero?) e, quindi, con magistrale intuito, si S-vende con una velocità e disinvoltura assoluta a un pubblico da “Ballo del Qua Qua”. Dopo questa canzone, la percezione della parola “cuore” diventa davvero di un piattume e di una ripetitività stancante. Avete fatto un capolavoro! Penso che, peggio, non ci sarebbe riuscito nessuno o, forse, Malgioglio…chissà.

DISTURBO. Questo siete.

Bene, ora vi lascio in compagnia di questi stup…endi personaggi mentre, io, serenamente, mi appropinquo a un ascolto pingue e pantagruelico per le mie orecchie. Scusate il “disturbo”….?

Io no.

Aku invisibilecomeunraggiodiluce

Concludo con tre grandissimi geni del suono e del potere delle parole:

Ah… probabilmente Rino G., il terzo genio qua sotto, è stato…diciamo così…”facilitato verso il passaggio all’altro mondo”…da qualcuno che se l’era presa per essere perculato in questa canzonetta. Eppure è così leggera, no? Erano tempi difficili, molto difficili; saltavano in aria anche i commissari di polizia e le stazioni.

Ne saluto due, di Rino. Ora probabilmente staranno cantando insieme. In pace, almeno lì.

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20/40/60

Breve storia… felice o triste dipende da ciò che si sceglie; dipende da noi.

20: a vent’anni pensiamo a vivere le nostre esperienze, liberi di costruirci come persone, sapendo che tanti altri treni passeranno dalla nostra stazione. Lo intuiamo, lo percepiamo quasi in maniera “biologica”, le nostre stesse cellule e la nostra forza vitale spingono per avere tutto ciò che possiamo. Così arriviamo, intorno ai trent’anni, a credere che costruiremo quel “qualcosa” che ci porterà avanti nella vita adulta, che durerà, forse, per sempre, se riusciremo a impegnarci a dovere. Ci illudiamo che troveremo il nostro posto nel mondo, che riusciremo ad avere una persona speciale a fianco, qualcuno che ci vede davvero e che, in questa unione, costruiremo una famiglia. Una famiglia diversa, dove tutto andrà bene; ci crediamo unici e che la nostra originalità potrà essere capita, che servirà per affrontare e risolvere i problemi, come gli altri non sono ancora riusciti a fare.

Poi, un giorno, si aprono gli occhi e ci si accorge che tutto è stato fatto: la casa è stata presa, il lavoro c’è, i figli sono nati. Si è raggiunto tutto quello che serviva per rendere concreta questa realtà però…

…però man mano che passa il tempo, ci si accorge che manca qualcosa. E’ un qualcosa d’invisibile, impalpabile ma, allo stesso tempo, fondamentale; seppur sia difficile da focalizzare nella sua essenza. Dentro sé stessi si cercano rassicurazioni e ci si risponde, da soli, che quella cosa, quel “qualcosa” confuso e indefinito che ora manca, arriverà. Così, prima, ci concentriamo sulla concretezza, realizzare e costruire ciò che possiamo vedere e toccare e, per certi versi, è anche giusto.

Si cerca di non calcolare niente e calcolare tutto allo stesso tempo ma, purtroppo, quell’essenza mancante, quell’eterna assenza, inizia a pesare nella sua latitanza. Aria pesante, che lascia senza respiro. Manca quella combinazione di elementi invisibili che possa rendere l’aria davvero respirabile: la mancanza di gratificazione, di flessibilità e sensibilità empatica rende tutto pesante, soffocante.

Queste sono le sostanze assenti nella ricetta della relazione… quindi il piatto non riesce. Senza l’equilibro di una piccolissima dose di queste spezie, dal gusto fortissimo, non si raggiunge l’armonia degli amari sapori che offre la vita; diventa tutto immangiabile.

Non possono essere cercati successivamente, questi fondamentali aromi devono essere il “segreto” della ricetta, non aggiunti in seguito per provare a rimediare al pasticcio.

Dentro queste “delicatezze” risiede una grandissima forza, la forza di tenere davvero INSIEME tutto ciò che si costruisce. L’energia che lega l’elettrone al nucleo è la stessa che è capace di legare due persone per la vita. 

E’ l’unica soluzione per creare qualcosa che duri davvero, capace di superare anche i momenti di allontanamento, di incomprensione, di stanchezza e di diversità dei bioritmi energetici. Senza questa energia fragile e potentissima, ciò che si costruisce non avrà nessun legante. Tutto svanisce, si frammenta in mille pezzi.

Si arriva così ai 40. 

La vasta moltitudine di persone e oggetti ora presenti nella nostra vita (fisica e mentale) si trasforma in una distesa desertica, zolle secche e distaccate una dall’altra, un terreno crepato senza più connessione. Il mancato nutrimento ha reso il suolo inospitale e ha inaridito ciò che avevamo piantato. A questo punto prendiamo una decisione: facciamo da soli.

Iniziamo a fare davvero tutto da soli, per necessità, per istinto di sopravvivenza. Ciò che ci circonda ha bisogno di attenzione, seppur non se ne riceve altrettanta in cambio; per mantenere quel poco che abbiamo dobbiamo, comunque, continuare a offrire, sudare e soffrire, senza ritorno.

Poi, dentro questo deprimente realismo, proviamo a metterci di nuovo in gioco, cercando di trovare una compagnia e un supporto, per condividere con più consapevolezza questa difficile dimensione in cui si è precipitati. Una persona che, finalmente, possa vederci per quello che siamo, incluso il fallimento delle nostre prime illusioni. Si riprova, ci si impegna per “sentirsi” più maturi, più grandi. Spesso si sceglie un partener modificando i propri parametri, rinunciando ad aspetti che riteniamo più effimeri per selezionare chi presenta delle caratteristiche, in apparenza, più solide e adulte.

Finché la vita, quella vera, non bussa di nuovo alla porta.

Allora ci si accorge, proprio in quel momento, che anche a quaranta non tutto è così “maturo”, pronto e perfetto come ci si illudeva che sarebbe stato. Ci si accorge che il proprio bambino interiore e, allo stesso modo, quello del proprio partner, non è poi così cresciuto. Si realizza che aver forzato uno sviluppo e una maturità interiore solo per accondiscendere a certi schemi preconfezionati… non funziona, di nuovo. Non funziona proprio, anzi, portarsi su un piano più adulto, elevato, senza esserne veramente preparati provoca ancor più danni, più dolore, a sé stessi e agli altri.

Si inizia a perdere davvero fiducia.

Non si perde solo fiducia negli altri ma, ancor più grave, in sé stessi. Ci diciamo che se non siamo riusciti a combinare qualcosa di decente con l’entusiasmo dei venti, con la forza dei trenta e, poi, con la maturità dei quaranta… allora di certo, dopo, non sapremo fare di meglio. Crediamo che le occasioni buone siano già passate e noi stessi, forse, non ci sentiamo più “buoni”… giovinezza e forza stanno svanendo e una parte della nostra identità capisce che non torneranno più, mai più. Il cervello gioca su questo scorrere biologico del tempo costruendo una grafico delle proprie capacità, mettendoci paura e pressione riguardo l’onnipotente flusso che, pian piano, cancella ogni cosa esistente.

Si apre uno squarcio ancor più doloroso e confusivo: dopo la caduta delle illusioni ora vacilla anche la poca sicurezza di riuscire, almeno, a realizzare qualcosa di decente. Riusciremo ad avere quel poco che ci soddisfa e gratifica? Questa domanda prende sempre più spazio nel nostro intimo e, intanto, il tempo passa.

Così arrivano anche i cinquanta e, invece che trovarsi al punto di prima, scopriamo che ci hanno addirittura spostato la linea di partenza! Ora si (ri)parte da più indietro, da un punto ancor più lontano da ciò che volevamo raggiungere. Facendosi caso si nota come, ora, il centro delle cose si sia spostato sempre più verso l’interno del sé; sono sempre meno gli investimenti di fiducia, apertura e curiosità verso il mondo esterno.

Le esperienze passate hanno creato una cappa, una bolla, una pellicola che ci isola dalla percezione neutra di ciò che ci circonda; ogni cosa è filtrata da ciò che abbiamo già vissuto e le delusioni provate in precedenza ci implorano di stare attenti, di non correre il rischio di finire di nuovo come prima. Diventa molto facile cadere nella “profezia che si auto-avvera”: far sì che i nostri pregiudizi guidino ciò che accade e permettano alla paura (di soffrire ancora, di non essere visti) di difendersi, con ogni mezzo possibile, dalle nuove difficoltà. In un attimo anche questa speranza di rinascita viene soffiata via dalla paura di vivere il proprio tempo; esso passa, scorre, mentre noi ci muoviamo sempre più al rallentatore, gravati dai fardelli del nostro passato che rendono sempre più faticoso e pesante il nostro passo.

60: eccoci. La questione sta qua.

Come ci arriviamo, come siamo o saremo messi, quando giungerà questo momento?

E’ nostro compito credere. Nessuno avrà speranza e fiducia al nostro posto, riuscendo a placare le paure esistenziali più intime e ormai in pieno controllo del nostro “io”; nessuno.

Si può rinascere, si può continuare a nascere e rinnovarsi. Evolvere e crescere in eterno è possibile ma… serve costruire un’identità che si apra a ciò che non si conosce, a ciò che fa paura. Lì dentro troveremo noi stessi e la persona che ci vede davvero.

Potrebbero essere i vent’anni migliori della nostra vita ma solo se vorremmo fare in modo che lo siano, altrimenti rimarremo per sempre… nomadi del deserto. 

Alla fine, negli esseri umani, vincono sempre le paure.

Avete il coraggio di credere in finale diverso?

Aku – invisibilecomeunraggiodiluce

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Vivere punti di vista.

Con gli occhi proiettiamo la nostra identità all’esterno.


Aggrappiamo la percezione delle nostre emozioni, della nostra profonda identità alle “immagini di risposta” che riceviamo da fuori, dal mondo che ci risponde. La parte visiva della realtà ha preso il sopravvento sugli altri sensi; ciò che vediamo influenza, a cascata, ciò che ascoltiamo, odoriamo, tocchiamo, pensiamo…
I nostri occhi, trasportati dalle meraviglie del mondo, guidano illusoriamente tutti gli altri sensi che, come agnelli sacrificali, seguono lo scintillio con cui le cose ci appaiono. Una scintilla che parla di vita, del desiderio di trovare qualcosa per noi; fatto apposta per noi.
Trovare quel qualcosa che non tradisca, che non scompaia, che non reagisca alle nostre imperfezioni e accetti ogni cosa secondo il “nostro” flusso.
Purtroppo quella “cosa”, quella magica esistenza ed essenza purificatrice può abitare dentro di noi solo a tratti, istanti… momenti che vorremmo durasse in eterno. Non si può: ogni cosa al di fuori di noi “è” e “rimane” all’esterno, risulta impossibile inglobare ciò che non ci appartiene in una fusione totale e senza fine. Non si può, non in questa dimensione di vita.
Esistono, però, persone e situazioni che sono in grado di regalare questa magia, questo stato divino di piena presenza e contemporanea assenza delle identità, fuse in una condizione di assoluta e perfetta imperfezione ma… (nella vita, quella vera, c’è sempre un “ma”) nella loro umanità possono farlo solo a momenti.


Il resto, invece, sono solo estenuanti corse; affannosi percorsi ad ostacoli, sbavando dietro a ciò che i nostri occhi hanno bisogno di vedere, dietro l’illusione di sagome e profili gradevoli, per non guardare dentro di sé.

Dovremmo, seppur con fatica, cercare di invertire lo sguardo all’interno: una piccola parte del tempo che impieghiamo a “guardare” fuori, dovremmo investirla a guardarci dentro.
Devo trovare prima di tutto me stesso, riempiere ciò che sono di me.
Senza narcisismo o presunzione, senza cadere nel vittimismo e nella bassa autostima: equilibrio, equilibrio nel paradosso.
E’ l’unica possibilità di presentarmi al mondo senza illudermi che esso dovrà darmi ciò che merito.

Tu sei mai stato creduto?

Intendo creduto davvero, con quella fiducia che non viene dal risultato che porterai, ma dall’essere visto nella tua pura intenzione.

A me non mi ha mai creduto nessuno; mai in quel modo, mai appieno; in genere vengo creduto fin dove arrivano i limiti della persona che mi vede e solo se dimostro un risultato a lei comprensibile.
Tutti noi addormentandoci sentiamo che siamo soli, troppo spesso soli.
Chi riesce a regalarci momenti di vera compagnia andrebbe tenuto stretto.
Compagnia non significa solo tempo e cose fatte insieme; significa la qualità con la quale queste cose erano, sono e saranno fatte: con una vera intenzione di cura e benessere. Compagnia significa essere reciprocamente creduti per ciò che si è.

Ci hanno cancellato la memoria, miliardi di stimoli: persone, facce, parole… troppo di tutto.
Rimanere nel silenzio da soli sembra una follia, i nostri occhi cercano di aggrapparsi a qualcosa che si muove, che “anima” il nulla che ci compenetra.
Ma ogni tentativo è vano, illusorio, non rimane.
E ripartiamo da capo.

Solo quando saremo capaci di riornare all’accettazione di una condizione di accurata selezione degli stimoli, solo allora troveremo ciò che cerchiamo.
Solo allora inizieremo a vedere davvero.

Purtroppo la risposta inconscia è sempre una: negare.
Ci aggrappiamo alle necessità e ai doveri, a ciò che è obbligo e non “scelta”.


A mio parere, per scegliere, è fondamentale spostarsi su due campi, queste due dimensioni sviluppano senso di identità e di scelta: arte e relazione; relazioni artistiche. Dove con arte si intende il significato più puro che assume questa parola: esprimere se stessi.
Tutto è Arte: anche chiudere uno sportello della macchina può esserlo, se magari, nel farlo, vogliamo stimolare una reazione divertita di chi ci sta accanto e, quindi, chiudendolo con una piroetta, un demi-plié e un inchino fatti con eleganza e ironia, possiamo regalare all’altra persona qualcosa di unico, non comprato ma bensì pensato. Sentito, agito. L’unione tra il dovere e il piacere; una vera dedica, qualcosa di proprio, irripetibile.

Ci aggrappiamo a mostrare la nostra identità attraverso il controllo delle dimensioni del “dovere”, che si trovano nella famiglia, nel lavoro e nei rapporti sociali.
Dovere. Dover dimostrare di essere all’altezza, di essere bravi, di essere belli e buoni: sempre e tutto insieme! Facendo i conti con mille opinioni diverse; pareri, consigli e giudizi di persone che, spesso, non hanno un reale interesse per noi, se non per quello che siamo a loro utili; dotati di una sensibilità empatica pari a quella di un batterio intestinale.

Rimaniamo in balia del mare di persone e cose in cui siamo dispersi e facciamo una fatica bestia a dire a noi stessi: “Basta, cazzo, datti una calmata! Non sarà tempo perso, anzi; il tempo diventerà flessibile e mi darà spazio perché, finalmente, me lo sto dando io stesso”.
Impossibile. Sembriamo programmati per negare ciò che ci fa bene.
Scappiamo dalla serenità, scappiamo dalla crescita graduale.
Gli adulti sono i peggiori bambini: mantengono la parte pretenziosa e pretendono di saper fare tutto subito; se non riescono allora schifano quella cosa.
La parte infantile sana, quella di ricordarsi che si impara da qualsiasi cosa, quella che curiosamente cresce ed evolve giorno per giorno… l’abbiamo dimenticata, lasciata andare.
Ovvio, visto che ce l’hanno fatta vivere come obbligo, come “dovere”; ritorniamo al concetto di prima. Non c’è rimasto niente di questa fase di crescita e apprendimento.
Non abbiamo preso il bello di crescere, ma solo il senso di pesantezza e obbligo.

Cosa rimane?
Cosa rimane, quindi?

Esistono al mondo, forse, una manciata di persone adatte a noi che capiscono questo. Forse…
Ma prima di tutto dobbiamo capirlo noi, non l’eventuale persona che ci sta vicino.

La felicità è nulla, se non è condivisa… non autoprodotta né comprata.

Gli aperitivi, il mare, le vacanze, i viaggi…arriva tutto.
Ma senza questo livello di consapevolezza rimane davvero poco, forse nulla.

La quantità copre ma solo la qualità realizza.

Non stiamo vedendo niente, se guardiamo solo con gli occhi.

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Così è, se vi pare.

Non c’è torto più grande agli occhi di una persona che avere ragione, prima di lei, su qualcosa che la riguarda.

Avere una parte di verità su di lei, ma prima di lei. Paura! Scatena odio e rigetto.
Ecco una delle falle (e follie) principali dell’essere umano, perché questa situazione attiva i meccanismi difensivi della propria identità, quelli inconsci, quelli più forti e profondi: negazione, proiezione e conflitto.

Al contrario, in questa particolare dimensione “critica” si troverebbe una delle chiavi fondamentali per focalizzare la nostra identità nel mondo, nel rapporto tra pensiero e realtà. Entrambe queste dimensioni hanno diritto di esistere e dovrebbero essere il più possibile coincidenti, accordate nello stesso senso percettivo.
Purtroppo non è così: ogni essere umano è quasi sempre e quasi solo uno sputa sentenze; apre la bocca per valutare l’esterno (quando va bene, altrimenti il verbo giusto diventa “giudicare”) ma chiude le orecchie al feedback di ritorno verso il proprio interno, l’io.

Succede quindi che “chi consiglia e si fa consigliare”, “chi apre e si fa aprire”… rimane affogato in un mare di confusione e sfiducia altrui.

Quale credibilità ha, per farsi capire, una voce sana che parla la stessa lingua del malvagio? Quale altra lingua esiste tra gli uomini se non quella che essi parlano?
Come si può riconoscere una verità mescolata a miliardi di bugie?

Non si può, non più, non in questa epoca storica.
Troppo di tutto diventa tutto di niente.

Se non c’è volontà, ora, è impossibile.
La verità non emerge mai da sola.
La verità costa più di ogni altra cosa al mondo…costa la propria vita.

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Pipì e popò? No no: “Sisì”!

Proiezioni & Possesso: P.P.

Queste due modalità, di gran lunga le più adottate nelle relazioni umane, possono essere abbreviate come si vuole, leggerle come pipì o popò, tanto… piscio e merda restano.

Il caldo tepore della felicità può nascere solo da un ambiente dove queste due componenti vengono escluse o, almeno, accuratamente controllate; la vera felicità non si compra, mai. Essa nasce da un’affermazione sonora molto più positiva e potente: “Sisì!“. Salute e Serenità (S.S.) sono le fondamenta su cui costruire una realtà altrettanto sana e serena.

Lascio un mio personale consiglio: “La quantità copre, mentre la Qualità realizza”.

Aku_invisibilecomeunraggiodiluce

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a proposito, 27 anni fa…

A proposito di deserto…

correva l’anno 1998, un muretto qualsiasi nella fatiscente cittadina di Dakhla, ai confini con la Mauritania, Sahara occidentale. Qua immortalati i tre moschettieri, da sinistra: il Pellico (28), Nico (31) e Ale (22); in primo piano troviamo la motocicletta da strada di Steve, temporaneo compagno di viaggio inglese che ci scattò la foto, e alle nostre spalle… beh… dietro di noi il mitico Westfalia Volkswagen (e il muretto).

Dipinto da me (come la mia prima macchina, l’altrettanto leggendaria 2CV), questo furgone fu riorganizzato come camper; lavorammo un buon mesetto per renderlo capace di farci dormire, mangiare e viaggiare in relativa comodità. Nel pitturarlo immaginai una gigantesca lucertola bianca (colore che avrebbe protetto dai raggi solari del deserto) che si avvinghiava dall’alto al nostro mezzo. Ne dipinsi il muso stilizzato sul davanti, utilizzando i due fanali circolari come occhi, poi su ciascun lato le zampe che arrivavano ad altezza ruote e, sul retro, un piccolo codino. Tutto ciò lo rese, ovviamente, ancora più unico, ancora più nostro. Con un pò di attenzione, sopra la parte posteriore del tettuccio, potete notare un cassone bianco che quasi scompare alla vista, inglobato dallo sfondo e dalla qualità antidiluviana della foto stessa. Quel cassone conteneva cinque taniche da 25 litri ciascuna, collegate con il sistema dei vasi comunicanti: tre permettevano di avere 75 litri di benzina e le altre due fornivano 50 litri di acqua potabile; all’esterno della struttura erano installati i due rubinetti per avere ciò che ci sarebbe servito. Servito per cosa?

Per il nostro viaggio, l’attraversamento del Sahara da nord a sud, dal Marocco fino al Senegal passando per la tenutissima e stressante Mauritania. Era un’altra epoca, niente internet o collegamenti satellitari; solo la Lonely Planet, la bibbia del viaggiatore, poteva darci un’idea di cosa avremmo affrontato. Era il primo viaggio intercontinentale per me e non sapevo assolutamente cosa sarebbe successo. Fino a quel punto sapevo solo che dovevamo avere della benzina e dell’acqua di riserva con noi, se non volevamo fare la fine di tre piantine seccate al sole del deserto.

Come andò? Lo volete sapere anche voi? Eventualmente c’è un modo… si chiama “Attitudine Inversa“. Aku invisibilecomeunraggiodiluce

n.d.r. Per non fare ingelosire lo spirito della mia amatissima 2CV (1996-2002), pubblico anche la sua unica foto che mi è rimasta.

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Fico Fellas: la Notte del Fuoco

Questa estate nella notte di Riccione, nella splendida location del Fico Fellas, un pizzico di Tribal Gipsy Show… uno spettacolo che ricorda le carovane dei viandanti, le notti della danza del fuoco. Con Silvia Elena Resta & Ale Toko Loco.  Le splendide foto di Claudio Silighini.

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SINGITA Marina – Spiritual Night

il video della serata al SINGITA Marina di Ravenna  con il progetto Mäamar music  Lounge Spiritual Vibes. Una serata davvero unica, in cui la musica house, ambient e spiritual si è fusa con i suoni ancestrali di gong, campane tibetane, tamburi sciamanici e cimbali.